La storia sacra IV (V. Cecchetti)

A Cencio, t’aricordi le buatte

Che ariccontassi ieri in un momento,

De l’affare der vecchio testamento?

  • Ma che buatte, statte zitto statte!

Ah To’ se dichi questo sei un somaro,                        5

So’ cose sacrosante fratercaro.

 

E’ un libro aricercato, Toto mio,

Che a vennelo te leva da l’affanni:

Se tratta che se trova tremil’anni

E lo comprò mi nonno da un giudio;                                    10

E quer che m’arincresce, e ciò sformato,

Che li sorci me l’hanno rosicato.

 

– Ma va là statte zitto c’ho ruzzato!

Aricconta quarc’antro fattarello…

– Dunque stamme ascortà che mò vie er bello            15

Te dico cose da restà incantato;

Si tu me stai a sentì pe’ San Lumino,

T’aricconto l’uriggine der vino.

 

Dunque capischi? come escì dall’arca

Noè fece a li fij: A regazzoli,                                                20

Già che semo arimasti soli soli

Cercamo da piantà tutta ’sta carca:

Vedete la quer prato e quer pantano?

Bè, lì ho diciso de piantacce er grano.

 

Pijate que li ferri li, a la mucchia,                                    25

Pale, zappetti, insomma quarche ordegno,

Bisogna lavorà propio de sdegno

Si volete per Bio, sbatte la scucchia;

Qui nu’ se fa er signore o er vagabonno,

Se tratta che bisogna arifà er monno.                                    30

 

Lo so che la vitaccia der signore

Ce piace a tutti, porca la ciavatta!

Bello è trovà le cose a pappa fatta,

E annassene in carozza l’ore e l’ore.

E avecce servitori e appartamenti,                                    35

Senza conosce ne fatiche e stenti.

 

Abbasta, come er prato fu un po’ asciutto

Noè se sturcinò la parannanza;

Pe’ seminà ciaveva propio tutto,

Semi de fiori e piante in abbondanza,                        40

Seminava de giorno sera e notte

Che te pareva propio un pisciabotte.

 

Nun so se fu miracolo de Dio,

Credeme che in du’ giorni lì ner prato

Cresceva tutto qnanto er seminato;                                    45

Brillava assieme er verde cor vermio,

Era ’na cosa da restà de sale;

Antro ch’er semensario communale!

 

Vedevi spuntà er pampeno, er mughetto,

La gerania, er giacinto, er girasole,                                    50

La margherita cor garofoletto

Le frezie, le giunchije, e le viole,

Amorini, arzalee, socere e nore…

Spuntava lì pe’ lì qualunque fiore.

 

L’inzalata vieniva poco bella?                                    55

C’era gni sorta de misticanzina,

C’era l’indivia co’ la pimpinella,

Buraggine, grispigno, e cappuccina,

La lattuga, raponzoli e cicoria

E antre piante che nun ciò a memoria.                        60

 

Si vedevi li frutti Toto mio!

Si che belli cocommeri e meloni.

Insomma c’era tutto er ben de Dio:

Pòrtogalli, merangoli, limoni,

Nespole, mela, e fichi secchi ar sole,                                    65

Persiche, pera, brugne e lazzarole.

 

Vedi? li mejo frutti sopraffini

Caro Toto, vieniveno buttati,

Mica c’ereno tanti bagarini

Com’oggi, co’ le piazze e li mercati:                                    70

Me capirai li frutti ereno tanti

Che nun ce l’ha nemmeno Gangalanti.

Prosegue in I, 7 – 10-11 Giugno 1902. Vs. 2 dialefe tra ariccontassi ieri. Vs. 13 ruzzato viene dall’antico it. rugghiare e dal tardo lat. rugulare, rugitare, e significa “far chiasso”, “scherzare”. Lo si ritrova nel Boccaccio (Decameron, XXVI) e in diversi sonetti del Belli (369, 1059, 1187…) (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 15 vie probabile refuso per viè. Vs. 23 la probabile refuso per là. Vs. 25 mucchia dal lat. mutulus, indica un mucchio di cose (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Li anziché probabile refuso. Vs. 27 de sdegno, lavorare con molta energia (Chiappini, op. cit.). Vs. 28 scucchia, mangiare (Chiappini, op. cit.). Vs. 34 il punto è probabilmente un refuso. Vs. 38 parannanza, indossò il grembiule (Chiappini, op. cit.). Vs. 42 pisciabotte, secondo il Chiappini (op. cit.) e il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) si tratta di una sorta di carrozza ad un cavallo, fornita di una botte piena d’acqua dalla quale usciva un tubo in cuoio, che gli addetti portavano in giro per innaffiare le strade di Roma. Indica, se riferito a persona, chi perde e sparge cose dappertutto. Vs. 52 frezie è la versione dialettale di fresia, pianta con fiori violacei. Vs. 53 amorini, pianta odorosa. Vs. 56 misticanzina, genericamente significa “mescolanza”, ma a Roma il termine si usa per indicare un’insalata mista (Bernoni, op. cit.). Vs. 57 pimpinella, nome botanico della salvastrella, ortaggio da insalata. Vs. 58 grispigno, specie di cicérbita, altro ortaggio da insalata. Vs. 60 dialefe tra ciò a. Vs. 64 portogalli, indica il paese di provenienza di questo tipo di arancio (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.), l’accento è probabilmente un refuso; merangoli viene dal lat. medievale melangulus , indica il melangolo, un’arancia amara (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 65 mela come il successivo pera è forma dialettale del plurale. Vs. 66 persiche pesche; brugne prugne; lazzarole viene dalla concrezione dello spagnolo acerola con l’articolo la. “Azzeruola” (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Si tratta di una specie di melo. Vs. 69 bagarini “corrisponde a incettatore o accaparratore” in italiano e viene dallo spagnolo, che ha sua volta ha preso il prestito dall’arabo (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 72 Gangalanti c’è una nota dell’autore: “Fruttarolo Reale”.

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La storia sacra III (V. Cecchetti)

Er Padr’Eterno su da un nuvolone

Ogni tanto faceva a capoccella;

E quanno vedde quella distruzione

Fece tra se: – Che strazzio, oh serenella!

Davero m’arincresce porco dina                                    5

D’avè commessa ’sta carnifici

 

«Dunque perché so’ Dio e Pad

«M’ho da pijà ’sti gusti   ’ste venne

«Olà cessate furmini e       e!

«Annate tutti quanti ne   nferno!                                    10

E fece ar sole. «Ahò, sorti de fora…»

E de fatti spuntò la bella aurora!

 

L’acque annetteno tutte a Fiumici

Er sole cuminciò a scallà la tera,

E Noè pe’ vedè si che cos’era,                                    15

Dall’arto uprì de botto un finestri

E vedenno finito que’ lo strazio

Disse: Signore mio te n’aringrazio!

 

Doppo finita que ’la zinfunia,

Noè levò de botto er catenaccio,                                    20

Fece sortì le bestie e la famia:

E poi sbottó in un pianto, poveraccio.

Credeme ha To; piagneva in modo tale

Da fa commove puro er principale.

 

Er Padr’Eterno fece: E che te piagni?                        25

E mo’ ’sta zitto quer ch’è stato è stato!

Adesso tu m’accori co’ ’sti lagni:

Embè ciò corpa io che si frescato!

Ma vedi te lo giuro come amico,

Che nu’ lo manno più questo gastico.                        30

 

Dunque capischi mò pe’ falla corta

T’ho ariccontato un pezzo de la storia,

E’ resto te lo dico n’antra vorta,

Perché pe’ adesso nu’ ce l’hò a memoria,

Adesso caro Toto annamo via                                    35

E dove annamo? – Drento all’osteria.

Prosegue in I, 6 – 6-7 Giugno 1902. Vs. 2 capoccella, fare capolino (Chiappini, op. cit.). Vs. 3 distruzione forma scempia che si alterna con la forma raddoppiata. Vs. 4 serenella, il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) spiega che trattasi di un’esclamazione simile a perbacco. Vs. 6 da qui comincia una parte in cui la carta riporta degli strappi restaurati, per cui proporrò delle integrazioni nel rispetto del senso, del metro e della rima. Carnifici era carnificina. Vs. 7 Padr’Eterno. Vs. 8 e ’ste vennette. Vs. 9 e saette, dove saette è trisillabo. Vs. 10 ne’ l’inferno. Vs. 13 Fiumicino. Vs. 16 finestrino. Vs. 23 ha probabile refuso per ah; To probabile refuso per To’. Vs. 27 accori è verbo denom. che viene dal lat. cor, cordis attraverso il provenzale acorar e vuol dire “turbare fortemente”. Lagno significa semplicemente “lagnanza” (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit. Il primo si trova nei sonetti 161 e 432; il secondo nel 1073 e nel 1252). Vs. 28 dialefe tra corpa io. Vs. 30 gastico anziché castigo metatesi dialettale di sorda e sonora. Vs. 34 probabile confusione tra ho e ò.

La storia sacra II (V. Cecchetti)

Doppo pe’ contentino st’ammazzati

Je venne in mente da creà er cursore,

Le guardie, le preture, e l’avvocati

Regina-Celi assieme ar Bon pastore;

E lì capischi corpo de l’inferno                                    5

Te toccava a fa modo der Governo.

 

Li popoli però nun furno micchi

S’arivortorno tutti in un momento,

Buttorno giù Guverno e Parlamento,

Poi detteno la sveja a quelli ricchi,                                    10

Cusì capischi p’esse tutti uguali

S’ammazzaveno come li majali.

 

Ma er Padr’Eterno che nun è un cacchiaccio

Che fece? ’na domenica a matina

Scrisse a Marforio ossia mannò un dispaccio            15

E je fece: Sentite porco dina!

Già che vedo ch’er monno va a tracollo

Ho deciso de fallo morì a mollo.

 

Cusì fate sapè drento ar giornale,

A tutto er monno ch’io so’ già diciso,                        20

Da mannà giù un diluvio universale,

E uprì le cataratte ar Paradiso;

Perchè m’hano scocciato li minchioni,

’Sta razza d’affaristi e d’imbrojoni.

 

De fatti lì pe’ lì chiamò Noene                                    25

E je fece: «Sentite boccio mio,

«Siccome v’ho vorsuto sempre bene,

«Fateve un’arca come dico io;

«Anzi guardate prima che me scordo

«Diteme si ve serve quarche sordo.»                                    30

 

  • Ma st’arca che sarebbe sor padrone?
  • Che sarebbe? ’na barca, un bastimento,

Che v’arippari bene all’occasione

Da l’acqua, da la grandina e dar vento,

Ho deciso de fa vienì er dilujo,                                    35

O per Agosto, o l’urtimo de Lujo.

 

Defatti er sor Noè se messe sotto

E lavorava senza culumia,

E come che finì quer bussolotto

Se schiaffò drento lui co’ la famia                                    40

Poi da ’na parte fece du’ sportelli

Pe’ facce entrà le bestie co’ l’uccelli.

 

Lì c’entronno cecale, sorci, grilli,

Purcie, pidocchi, cimice, e cavalli,

Pettirossi, fringuelli, pappagalli,                                    45

Scimmie, ciovette, cani e cuccodrilli,

Bovi, montoni, pecore e majali,

Insomma tutti quanti l’animali.

 

E Iddio je fece allora: sor Noè,

Fate presto, chiudete cor paletto,                                    50

Avete fatto? Avete chiuso bè?

Dunque coraggio, quer c’ho detto ho detto,

  • Si ho chiuso arivedecce sor padrone.
  • ’Mbè adesso sentirete che sgrullone!

 

De fatti avessi visto in un mumento                                    55

Teramoto, saette, toni e lampi,

Te dico ch’era propio uno spavento,

Toto, nun ce pensà, Dio te ne scampi:

D’acqua dar celo ne veniva tanta…

Antro che l’alluvione der settanta!                                    60

 

La gente, lì pe lì fijo de Cristo,

Uscirno co’ le barche e le battane…

Avevi da vedè che acciaccapisto

Le stade diventaveno fiumane,

Te dico fu un fragello fu ’no strazio…                        65

L’acqua arivava insino a San Pangrazio.

 

Mica giovava d’esse notatorie!

Hai voja de notà! lì te straccavi!

Si puro tu notavi l’ore e l’ore,

Pe’ forza fijo bello t,affocavi,                                    70

Lì nun c’ereno santi ne madonne,

Moriveno regazzi ommini e donne.

 

Prosegue in I, 5 – 3-4 Giugno 1902. Vs. 1 ammazzati vale come “maledetti” (Vaccaro, Vocabolario trilussiano, op. cit.). Vs. 2 creà bisillabo; cursore il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) riporta Curzore e spiega: “Ufficiale giudiziario incaricato di effettuare sequestri.” Viene dal lat. cursor, -oris. Vs. 4 Bon Pastore il Delli (op. cit., pag. 209) ci dice che il conservatorio (oggi riformatorio femminile) del Buon Pastore, situato nel Rione Trastevere, fu eretto nel 1615 per “redimere” le ragazze minorenni di dubbia moralità. Vs. 6 fa probabile refuso per fà. Vs. 7 micchi il Bernoni (op. cit.) spiega: “È l’equivalente di stupido, credulone, insensato, sciocco. Il vocabolo va riferito, probabilmente, per la sua formazione, a mico delle lingue spagnola e portoghese in derivazione cinquecentesca dal linguaggio caraibico (mico e mecou: nomi d’una scimmia indigena).” Vs. 13 cacchiaccio, uno sciocco. Vs. 22 uprì forma alternativa di oprire caratteristica dei dialetti del centro Italia. Vs. 23 m’hano probabile refuso per refuso per hanno. Vs. 25 Noene trisillabo, nome proprio con epitesi della particella –ne. Vs. 35 fa anziché fà. Vs. 37 Noè bisillabo. Vs. 38 culumia da leggersi con l’accento tonico sulla i; è probabilmente una storpiatura di economia. Quindi vale “senza risparmiarsi”. Vs. 54 sgrullone vale “Acquazzone” (Chiappini, op. cit.). Vs. 56 saette trisillabo. Vs. 60 alluvione der settanta, ne abbiamo una testimonianza diretta grazie a Pietro Romano, che l’ha raccolta nel suo volume Ottocento romano (aneddoti, documenti, curiosità), A.R.S., Roma 1943, a p.94: “[…]Roma, meno alcuni punti, è tutta allagata: rovine sopra rovine; danni immensi; danni ai negozianti di migliaia e migliaia di scudi.” Chi scrive è un certo Scipione Angelucci, e l’alluvione di cui parla è quella del 27 dicembre 1870. Vs. 61 pe probabile refuso per pe’. Vs. 62 battane, piccola imbarcazione a fondo piatto e bordi bassi. Vs. 63 acciaccapisto, il Bernoni (op. cit.) ci dice che il termine viene dall’unione di acciaccà (che significa schiacciare, ammaccare e deriva dall’arabo sciaka, passato attraverso lo spagnolo achaque, e che vuol dire “malattia”) e pistà (pestare, dal latino tardo. Rende espressivamente l’idea di un’azione di violenta pressione tra corpi. Vs. 64 stade probabile refuso per strade. Vs. 66 San Pangrazio, il Delli (op. cit., p. 139 e pp. 711-712) ci dice che la via di San Pancrazio prende il nome dall’omonima chiesa dedicata al giovane martire morto nel 300 d.C. Fu inoltre luogo di strenua ed eroica difesa dei repubblicani romani in guerra contro le truppe francesi nel 1849. Probabilmente il luogo è posto molto in alto, per cui ecco spiegato il riferimento di Cecchetti. Vs. 67 notatorie anziché notatore, probabile refuso. Vs. 70 t,affocavi probabile refuso per t’affocavi. Notare la forma sorda anziché sonora del verbo. Vs. 71 ne anziché probabile refuso.

La storia sacra (V. Cecchetti)

Ieri tra certi libri de mi’ nonno

Che staveno in suffitta in un cantone

Azzecca un po’ si che trovai? U’ librone

Scritto sopra l’uriggine der monno.

L’avevi da vedè! c’era da legge                                    5

Tutta la Bibbia de l’antica legge.

 

Quer libbro te potrebbe uprì la mente,

Lì, parla de li beni e de li mali,

Parla der monno e tutti l’animali;

Parla d’Adamo e d’Iddio ‘nnipotente…                        10

Insomma si lo leggi Toto mio,

Te viè da piagne te lo dico io.

 

Si tu lo guardi bene dar cumincio,

Da quanno venne Adamo su la tera,

Vedrai che dar principio ar sicutera                                    15

L’omo vò camminà sempre pe’ sguincio:

Cusì si mò nojantri tribbolamo.

Cià che fa quer ber mobbile d’Adamo!

 

  • Dì un po’, ma quanno Adamo venne qui

C’era tutta ’sta fame co’ ’ste tasse?                                    20

  • De che? ma allora c’era da sfamasse

Pe’ tutti quanti, si la vôi capì.

  • Com’è che allora se campavà bene

E mo se sta tramezzo a tante pene?

 

  • Guarda discorsi, allora in de ’sto monno       25

Ereno tutti quanti signoroni,

Poteveno girallo largo e tonno

Senza tante rotture de minchioni,

E senza velocimice, nè tramme

Viaggiaveno gni sempre co’ le gamme.                        30

 

  • Doppo je venne a stufa er brodo grasso;

Eva co’ Adamo nu’ fu più fedele,

Adamo cominciò cor fà er gradasso;

Caino per invidia ammazzò Abele;

Cusì tra l’uno e l’antro tira e molla,                                    35

Feceno un fregandò co’ la cipolla!

 

Si nu’ n’era pe’ Adamo, quer majale,

E Eva porca nu’ se confonneva,

Er monno nu’ vieniva tanto male:

La donna nu’ sarebbe uguale a Eva,                                    40

E l’omo che se crede tanto astuto,

Nu’ farebbe la parte der… pennuto!

 

Cusì crescenno vizio sopra a vizio,

L’omo è vienuto senza correzzione;

Er monno annava tutto a pricipizio,                                    45

Senza rispetto e senza educazione:

Faceveno famija tra de loro,

Senza vergogna e senza avè decoro.

 

Cor tempo a quarchiduno più educato,

J’arincresceva questa zinfunia                                    50

De sta a mischià la carne e er parentato;

E feceno: che d’è ’sta porcheria?

Cusì da quer momento que’ la gente

Preseno chi a levante e chi a ponente.

 

Chi annette ne là Spagna, chi in Crimea,                        55

Chi annette in Francia, chi ner Portogallo,

Chi vorse restà lì ne’ la giudea;

Uno cercava er freddo e l’antro er callo,

Chi annette ne la Cina, e chi ar Giappone

E chi venne qui sotto ar Cuppolone.                                    60

 

Quelli più dritti feceno er guverno;

De botto venne appresso er Sacerdote,

Che s’inventò le pene de l’inferno

E un sacco de buatte e de carote.

Cusì le gente furno un po’ più quiete                                    65

Avenno er freno der Guverno e er Prete.

 

Fu allora che cacciorno le gabbelle

Pe’ pagà li ministri e l’impiegati,

Tasse sù li cavalli e carettelle,

Tasse su li palazzi e fabbricati,                                     70

Insomma ogni guverno pe’ ingrassasse

Daje giù pe crillaccia a mette tasse.

La storia sacra: poemetto pubblicato a puntate, la prima parte (vs. 1-72) sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Sestine di endecasillabi rimati secondo lo schema ABBACC. La traspozione in dialetto della storia biblica è stata tentata anche da Giggi Zanazzo, ora in Poesie romanesche, a.c. di Giovanni Orioli, Avanzini e Torraca editori, Roma 1968, vol. 1, pp. 155-180 (Vecchio Testamento) e pp. 181-193 (Nuovo Testamento) in sonetti, tranne una parte in sestine. Per non parlare della Bibbia del Belli. Vs. 5-6 rima equivoca. Vs. 11 Toto sta per Antonio o Teodoro (Chiappini, op. cit.). Vs. 15 sicutera il Chiappini (op. cit.) spiega: “Essere, Tornare al sicutera. Si dice in proverbio: Sicutera tinprincipio nunche e ppeggio.” Il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) traduce la locuzione nel significato di “non c’è nulla da fare” e spiega che viene dal lat. sicut erat in principio. Vs. 18 mobbile sta per “Soggetto” nell’accezione spregiativa (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 23 campavà probabile refuso per campava. Vs. 25 guarda discorsi come a dire lascia stare tanti discorsi, fidati di me. Vs. 29 velocimice sta per “velocipede”, ossia la bicicletta. Vs. 31 il trattino è un probabile refuso dato che il parlante è sempre il medesimo. Vs. 34 Caino trisillabo. Vs. 36 fregandò “Miscuglio di varie vivande cotte insieme nella padella o nel tegame. Franc. Fricandeau. Si usa anche in senso metaforico.” (Chiappini, op. cit.). Vs. 38 dialefe tra E Eva. Vs. 40 dialefe tra a Eva. Vs. 46 educazione forse refuso per educazzione che farebbe rima perfetta con il vs. 44. Vs. 55 probabile refuso per la. Vs. 57 giudea in minuscolo probabile refuso. Vs. 61 guverno in minuscolo probabile refuso, a giudicare dalla grafia dei versi successivi, così come al vs. 71. Vs. 64 buatte trisillabo, buatta viene dal fran. Boîte. Letteralmente vuol dire “cassetta di latta” ma ha assunto il valore metaforico di “fandonia” (Chiappini, op. cit.). Carota viene dal greco karoton e quindi dal latino carota e vuol dire “menzogna, fandonia.” Si hanno testimonianze anche in lingua (Aretino, Ragionamenti, II, 3), oltre che nei sonetti del Belli (646, 1282, 2139) (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 69 probabile refuso per su.

Er medico e l’avocato (V. Cecchetti) – III e IV

III

L’avvocato figurete è uguarmente

guai chi capita sotto que’ le mano,

come vede che c’è d’affonnà er dente

te l’ariduce come San Giuliano.

 

Tanto si è dritto, come si è gabbiano                                    5

daje a sborzà le lire come gnente,

t’ariggira le cose piano piano

fino a tanto che scortica er criente.

 

Lui principia ’na causa, co’ ’na tigna

sippuro hai torto seguita listesso                                    10

fino che nun t’ha fatto ’na sanguigna.

 

E d’ingrassare a lui mica j’abbasta,

all’urtimo pe’ spese der processo

si ciai ’na casa te la manna all’asta!

 

IV

Cusì succede che da difensore

te diventa er nemmico più accanito,

e lui figura sempre creditore

infino a tanto che nun t’ha pulito.

 

Si prima fatte conto eri un signore                                    5

pe’ pagà l’avvocato vai fallito,

devi a forza schiattà de crepacore

ner vedette aridotto a malpartito

 

E nemmanco pe’ sfogo de passione

je poi di’ ladro, boja, o farabutto…                                    10

de che? nu’ je poi di’ manco imbrojione!

 

Perchè si t’azzardassi a dije un ette

ortre che lui te s’è magnato tutto

te po’ fa mette puro le manette!

Parte III, vs. 4 San Giuliano, di santi con questo nome ce ne sono ben trentacinque, per cui è molto difficile individuare il martire a cui si riferisce Cecchetti. La notizia si trova su Antonio Bozzone (a.c. di), Dizionario ecclesiastico, 3 voll., UTET, Torino 1955. Vs. 5 gabbiano il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) spiega il termine con “imbecille”. Vs. 8 criente trisillabo. Vs. 10 listesso probabile refuso per l’istesso. Vs. 11 sanguigna il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) spiega con “salasso”. Parte IV, vs. 11 ette il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) spiega: “Lat. et con riferimento alla brevità della parola. Piccola cosa, di nessun momento. Nonnulla.”.

Er medico e l’avocato (V. Cecchetti) – I e II

1894-1914, idraulico, pubblicò molti lavori anche su «Rugantino» e su «Er Conte Tacchia». Pubblicò a dispense una raccolta di versi intitolata Poesie satiriche romanesche presso la Tipografia Romana nel 1904, con l’introduzione di Enrico Sernicoli (Er Boccio). Era conosciuto come un portentoso improvvisatore di versi, ma dovette sempre confrontarsi con le difficoltà economiche legate alla sua classe sociale (Possenti, op. cit. vol. I, p. 295). Inoltre Ettore Veo, in Roma popolaresca, Optima, Roma 1929, pp. 73-79 dà altre notizie del Cecchetti: fu chiamato a collaborare al «Marforio» dallo stesso Raponi, che lo pagava quindici centesimi a poesia, data la sua fama tra il popolo di Trastevere. Sappiamo inoltre che ha collaborato a «Ghetanaccio de Borgo» e a «Marchese der Grillo».

So’ due che come smicceno er merlotto

che c’è d’affonnà er dente, frater caro,

je danno giù per brio senza ripparo

che pe’ loro te dico è un terno a lotto!

 

Er medico, presempio, je da sotto                                    5

ci trova n’ammalato mijonario.

Quanto pija la penna e ’r calamaro

e le ricette voleno de botto.

 

E a forza de purganti l’ammalato

te lo fa stà quanto je pare a letto                                    10

e ’gni giorno aripete: Ha mijorato.

 

O che ce sia er male, o nun ce sia,

te consola cor solito giochetto

e poi fa a mezzo co la farmacia.

 

II

’Gni visita che fa meno che sìa

dieci lire, e ne fa più d’una al giorno,

de l’ammalato nu j’importa un corno

anzi daje a’ llongà la malattia;

 

Quanno presempio lui se ne va via                                    5

dice vado un momento, poi aritorno;

quanno aritorna – verso mezzogiorno

so n’antre dieci lire… e tira via!

 

L’ammalato all’opposto tutto ansioso

je fa: Dottore m’arzo un poco in piede?                        10

Ohibbò lei ha bisogno di riposo.

 

Cusì, si l’ammalato nun ha gnente

pe’ la pavura de morì, la crede,

e po’ esse che mori d’accidente!

Er medico e l’avocato: sta in I, 26 – 14-15 Agosto 1902. Quattro sonetti, schema: ABBA BAAB CDC EDE i primi due, ABAB BABA CDC EDE il terzo e ABAB ABAB CDC EDE il quarto. Nel titolo la forma scempia di avocato risale al Belli. Parte I, vs. 1 smicceno il Bernoni (op. cit.) dà questa definizione: “Corrisponde perfettamente a sbirciare italiano.” Vs. 3 per brio il Vaccaro (Vocabolario belliano op. cit.) spiega che è il modo per esclamare Dio! Vs. 6 ci probabile refus per si. Vs. 12 dialefe dopo male. Vs. 14 co probabile refuso per co’. Parte II, vs. 5-8 rima identica. Vs. 11 dialefe dopo lei. Vs. 14 dialefe dopo po’. Mori potrebbe trattarsi di un improvviso passaggio alla seconda persona per coinvolgere il lettore, ma non è esclusa l’ipotesi del refuso per more.

Che belli tempi (V. Cecchetti)

Dice che a tempi antichi un gradiatare

quanno s’annava a sbatte in un torneo

o a la Renella, oppuro ar Culiseo,

quanno moriva se feceva onore.

 

C’era presente lì lì l’imperatore,                        5

c’era er Senato, er Popolo prebbeo,

che godeveno a vedè quar babbeo

che stava lì a sudà pe l ore e l’ore.

 

Queli boja ridevano, sghignaveno

Senza ribrezzo a vede quelli giù                        10

che pe’ sarvà la pelle faticaveno.

 

E poi l’imperatore cor Senato;

faceveno cor deto: mori tu

che noi te se godemo dar loggiato.

Che belli tempi: sta in I, 36 – 19-20 Settembre 1902. Sonetto, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Vs. 1 gradiatare probabile refuso per gradiatore. Vs. 3 Renella il Cecchetti si riferisce all’Arenella, un sito di cui troviamo notizia in Sergio Delli, Le strade di Roma (Una guida alfabetica alla storia, ai segreti, all’arte, al folclore: la vita millenaria della città rivisitata nella fitta intelaiatura delle vie e delle piazze tra curiosità, monumenti e avvenimenti memorabili). Ricerca iconografica di Giulio Fefé, Newton Compton editori, Roma 1988, pp. 821-822. Era una via situata nel Rione XIII (Trastevere). Detta anche renella di fiume, “prese nome da una piccola spiaggia sul Tevere dove d’estate veniva montato un popolare stabilimentino per i bagni.” Il sito era già conosciuto nel XVI sec. Su questa riva Luigi Venier inaugurò nel 1862 il suo Politeama Romano, completamente realizzato in legno. “Costruito per la prosa e la lirica, accolse però – data la sua capacità – anche circhi equestri.” Fu abbattuto nel 1883 per lasciare spazio alla costruzione dei “muraglioni”. Vs. 4 feceva forse refuso per faceva, ma non è esclusa una forma dialettale ricalcata su feceno più avanti nello stesso Cecchetti. Vs. 5 il verso risulta ipermetro, probabilmente un è refuso. Vs. 7 quar probabile refuso per quer. Vs. 8 pe l ore probabile refuso per pe’ l’ore. Vs. 9 e 11 sdruccioli.