La ficu (dialetto siciliano) – N. Martoglio

Nato a Belpasso in provincia di Catania il 3 dicembre 1870 e morto a Catania il 15 settembre 1921. Figlio di un giornalista, fondò nel 1889 il «D’Artagnan», giornale umoristico in dialetto siciliano. Nel 1903 organizzò la sua prima compagnia teatrale, La Zolfara, e nel 1910 nel Teatro Metastasio di Roma diede origine al primo “teatro minimo”. Nel 1914 fondò la casa cinematografica Morgana, per la quale diresse il film Capitan Blanco. Nel 1915 scrisse una riduzione per il cinema del romanzo Térese Raquin di Emile Zola. Insieme a Pirandello scrisse le commedie A’ vilanza (1917) e Cappiddazzu paga tuttu. Nel 1918 fondò la compagnia di teatro dialettale del teatro Mediterraneo, mettendo in scena tra l’altro il Ciclope di Euripide nella traduzione dialettale di Pirandello (1919). Scrisse anche poesie in siciliano (AA.VV., Storia della civiltà letteraria italiana, Dizionario-Cronologia, Tomo II, p. 433, UTET, Torino 1993).

Arsira, ccu lu lustru di la luna,

pigghiai pri la trazzera di la Chiana;

pri stata vitti càrrichi li pruna

e càrrica ’na ficu mulinciana.

 

Lu cori mi facìa nnicchi pri una.                                    5

s’affaccia ’na picciotta e dici: – acchiana –

e ccu l’ajutu di ’ssa me’ patruna

lestu mi nni scippai menza duzzana.

 

Ma mentri a lu ’nchianari fui ’na piuma,

a lu scinnìri ci sciancai ’na rama,                                    10

d’unni lu latti ci niscìu e la scuma.

 

  • Ahi! – dissi la picciotta – comu abbrama!

«Non è lu dari, ca struj e cunsuma,

«è lu pirdìri l’oggettu ca s’ama!

La ficu: sta in III, 255 – 22 Ottobre 1904. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC DCD. Propongo qui una traduzione del testo: “Ieri sera, sotto la luce della luna,/ presi per la mulattiera della Chiana;/ per strada vidi carichi i pruni/ e carico un fico scuro./ Il cuore mi sussultava per una./ Si affaccia una giovane e dice: – sali -/ e con l’aiuto di questa mia padrona/ me ne rubai una mezza dozzina./ Ma mentre nel salire fui una piuma,/ nello scendere spezzai un ramo,/ da cui uscì il latte e la schiuma./ Ahi! – disse la ragazza – come stride!/ “Non è il dare, che logora e consuma,/ è il perdere l’oggetto che si ama.” Vs. 5 facìa trisillabo.

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