Rime dell’ultima delusione (S. Corazzini)

Dolce l’autunno! tanto

che pensammo il ritorno

del più soave giorno

d’aprile! Oh quale ïncanto

 

diffuse primavera

oltre i tiepidi orti

che la chiudon? ne porti,

Autunno, la leggiera

 

anima, nel tuo cuore

vecchio? C’è qualche cosa

di lei che l’angosciosa

morte con te oggi muore.

 

Non la tenne un’acuta

nostalgia di fiorire,

una voglia di aprire

le porte di ogni muta

 

villa. i cancelli di ogni

giardino ormai diserto,

e dopo avere aperto

tutto, ridere in ogni

 

angolo il fresco riso

della sua giovinezza,

godere la tristezza

del vecchio inverno irriso?

 

Anima folle! Stanco

il dolce Autunno cede

e l’occhio tuo non vede

un lenzuolo bianco,

 

immenso come il cielo,

che si stende, si stende

non senti in cuore scendere

quasi mortale un gelo?

 

Come tenne l’inganno

le nostre anime forte!

Sognavano, alla morte,

il principio dell’anno.

Rime dell’ultima delusione: sta in III, 269 – 10 Dicembre 1904. Lo Jacomuzzi (op. cit., pag. 254) ci informa che una diversa redazione di questa poesia venne pubblicata anche il 26 Novembre 1904 col titolo Rime dell’inverno sul “Gran mondo”. La poesia è firmata Collenuccio.

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Spleen (S. Corazzini)

Che cosa mi canterai tu

questa sera?

Voglio ancora tristezze.

Cantami la canzone più

triste, amica:

una canzone antica,

non importa,

una di quelle canzoni

che da tanto

non fanno più schiuder balconi;

io voglio piangere

questa sera un pianto

che mi tremi negli occhi solamente.

 

E tu perchè non suoni

nemmeno ora?

e fai morire di voglia

quel tuo piccolo pianoforte?

sei triste anche tu

fino alla morte?

Da quanto

é diserta la soglia

delle tue porte?

La sera è fresca: è primavera

e non ce ne eravamo accorti.

Non è il mese dei morti

dunque è il mese delle rose

questo: non vedi le tende

come si gonfiano voluttuose!

 

C’è vento e stride

una banderuola

e sembra che tarli il silenzio

ferocemente. Dio! quel fanale

come trema, come si dispera

come la nostra via

muore di malinconia

questa sera:

e il fanale é il suo cero

funebre.

 

Canta, dolcezza, c’è la morte

nell’aria e mi sento morire.

Suona, non far più languire

quel tuo piccolo pianoforte.

Spleen: sta in IV, 305 – 10 Giugno 1905. Pag. 305-306 ed. in volume (op. cit.). La poesia è firmata Marcello Rêvera. Si riporta qui la versione intera date le molte differenze rispetto all’edizione ufficiale apparsa nella raccolta Le aureole, seguendo anche quanto fatto dallo Jacomuzzi (Sergio Corazzini, Poesie edite e inedite, a. c. di Stefano Jacomuzzi, Einaudi, Torino 1968, pp. 261). Vs 1 corregge conterai con canterai. Vs 14 corregge l’accento su perchè. Vs 21 e 37 corregge l’accento su é. Leggi è.

Asclepiadea (G. Altomonte)

A Sergio Corazzini

… E gemebondo il ruscelletto nitido

con un perenne murmure

a ’l cielo narra ed a l’erbetta languida

pietosa istoria.

 

E di fragranti e freschi fiori l’aura                                    5

afosa odora, e zefiro

sfiora le verdi frondi che ondoleggiano

tutte e si baciano.

 

Ve’ ve’ quei colli come al bacio flammeo

de ’l sol le lunghe tendono                                                10

frementi braccia e riscaldati sentonsi

felici, oh miseri!

 

In tra le fronde le cicale rauche

alzano al cielo i cantici

ed augellini stanno ascosi e trillano                                    15

soavi e garruli.

 

E da la strada in su aureo pulviscolo

l’etre invadendo innalzasi,

mentr’è ’l villaggio sonnecchiante e placido

tutto in silenzio.                                                            20

Asclepiadea: sta in III, 196 – 30 Marzo 1904. Cinque quartine quattro versi sciolti (endecasillabo, settenario, endecasillabo e quinario sdruccioli). L’asclepiadeo è un metro risalente al poeta greco Asclepiade (III sec. a.c.), qui liberamente riprodotto sul modello del Chiabrera. Vs 3. iperbato. Vs. 10-11 costruiti secondo l’ordo artificialis. Al vs. 10 probabile refuso in de ‘l, dato che è ingiustificata in questo caso la forma analitica della preposizione articolata del. Vs. 17 la preposizione articolata da la è presente anche nella forma dalla, alternanza ancora presente nei maggiori poeti moderni.

Rosellina (G. Altomonte)

Rosellina

porporina,

tutta bella e tutto odore,

bella rosa

maliosa                                                5

sei de’ fiori il più bel fiore.

 

Quando, altera,

primavera

più beltadi darti suole

tu, superba,                                                 10

d’infra l’erba

rizzi il capo e guardi il sole.

 

Rosellina

piccolina

sono tuoi gli affetti miei                        15

chè l’odore,

dolce fiore

tu spargesti inviso a lei.

 

T’amo, o rosa,

fascinosa,                                                20

pel colore incarnatino

che al suo labro

di cinabro

tu donasti e al suo visino.

 

Rosellina: sta in III, 174 – 13 Gennaio 1904. Quattro sestine di quaternari e ottonari rimati secondo lo schema aaBccB. Il titolo è seguito da due trifogli neri, le strofe sono disposte in ordine non lineare e affiancate da una natura morta. Vs. 1 e 13 il vocativo rosellina non è seguito da virgola. Vs. 5, maliosa è dieretico. Vs. 18, inviso probabile refuso per in viso. Vs. 21 incarnatino si ritrova solo in Buonarroti (il Giovane), La Tancia, A.V, Sc.VII: e sei cappi di seta incarnatini. Vs. 22 labro è diffuso in Corazzini, usato come arcaismo. Vs. 24 e al suo visino è iperbato.