Un’acconto (A. Artibani)

Stavo a rifucillamme er gargarozzo,

quant’ecchete che sento ’na bussata,

Opro la porta e vedo la tarmata,

que’ la marca che dà li sordi a strozzo.

 

Ê un ber pezzetto fece lei che abbozzo,                        5

ormai ce credi che me so stufata;

a me gnisuno me s’è aripassata,

già la pazienza m’è arivata ar gozzo.

 

Capisco ce lo so, so’ tempi brutti,

ciai moje e fij e a guadambià sei solo,                        10

ma armeno adesso pagheme li FRUTTI!

 

L’unica vorta che me persuase!

mannai mi’ moje giù dar fruttarolo

a compraie du’ sordi de cerase!

Un’acconto: sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Notare Un’ nel titolo, probabile refuso. Vs. 2 quant’ecchete è uso di tipo meridionale invece del più romano quann’ecchete. Vs. 4 que’ la la forma analitica è forse uso del poeta (cfr. vs. 12 sonetto precedente). Vs. 3 opro è uso letterario dell’Italia centrale. Tarmata, secondo il Chiappini (op. cit.): “Vaiolata, butterata.” Vs. 4 secondo Mario Adriano Bernoni, Voci romanesche, origine e grafia, Edizioni “Lazio ieri e oggi”, Roma 1986, pp. 192: Marco, nome di persona trasformato in appellativo con valore di “tipo curioso”, “figuro”, “bellimbusto”. Qui sostantivato al femminile. Vs. 5 ê probabile refuso. Notare la mancanza delle virgole prima e dopo fece lei.

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Troppa grazia! (A. Artibani)

Il Possenti (op. cit., vol. I pag. 233) riporta la seguente notizia: “1875-1926. Oste con bottega a Testaccio. Collaboratore nel «Marforio» (1902-1903).”

Pietro, Riccardo, Oreste, Sarvatore,

So quattro regazzetti sviluppati,

Che già cianno le smagne de l’amore,

E da stò male so perseguitati.

E’ robba propio da sgarasse er core…                        5

Mo tutti e quattro se so innamorati,

De na ciumaca fija d’un trattore,

Più sciccosa der vino de Frascati.

Er padre è già un ber pezzo che lo sà,

E in tutti i modi li vo fa contenti;                                    10

Ieri cusì me stava a raggionà:

Que la picchietta quanno sarà ora,

Pe contentà sti quattro pretennenti;

Ie la cucinerò a la cacciatora!…

Troppa grazia!: sta in I, 3 – 27-28 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 2 so è apocope del verbo sono; la mancanza di accento o apostrofo, che ritorna anche nei versi successivi (mentre è so’ nel sonetto successivo) è da ritenersi probabilmente disattenzione del poeta. Vs. 4 stò è forse abituale per il poeta invece di ‘sto, abitudine e oscillazione che ricorre in tutto il Marforio. Vs. 5 il verbo e’ invece di è, rientra forse nell’uso dell’autore. Vs. 6 mo invece di sembra avere lo stesso valore degli esempi precedentemente visti, dovuti forse ad una diversa sensibilità linguistica del poeta. Vs. 7 na invece di ‘na. Vs. 9 è anomalo, da attribuirsi forse ad ipercorrettismo o a refuso. Vs. 10 fa manca di accento o di apostrofo, forse per abitudine dell’autore. Vs. 12 que la invece di que’la è forse refuso, se confrontato con il vs. 4 della poesia successiva, dove comunque permane la forma analitica. Vs. 13 il punto e virgola è forse un refuso per la virgola. Vs. 14 ie anziché je denota una diffusa alternanza tra i/j, come al vs. 14 del sonetto successivo compraie anziché compraje.

Er termometro che sona (E. Anzuini)

In Francesco Possenti, Cento anni di poesia romanesca, II voll., Staderini editore, Roma 1966, vol. I pag. 226, è riportata la seguente notizia: “1867-1952. Nato a Norcia, bracciante. Collaborò in «Marforio» e nel «Rugantino» nei primi anni del 1900.”

Ne ponno fa de più mò d’invenzione

L’ommeni de la scienza e ’sti dottori!

Mò ho letto, che ’n dottore de Lione,

Co’ l’esperienza a fatto mette fori

 

Un termometro propio scicchettone,                                    5

Che si sta sott’ar braccio ’st’anticori

Come cresce la febbre a gradazione

Sona pe’ richiamà li servitori.

 

Ma diteme un po’ voi, porco monnaccio!

Si la trovate ’na raggione bona                                    10

Quella d’avè ’sto sono sotto ar braccio!

 

Pe’ me so’ più che certo e v’assicuro,

Che si l’infermo dorme e quello sona

Si se sveja, lo pia e lo sbatte ar muro!!!

Er termometro che sona: una nota d’autore posta alla fine della poesia dice: “Dal ‘Messaggero’ del 14 corr.” Sta in II, 72 – 22 Gennaio 1903. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EFE. Vs. 1 fa infinito senza accento, forse refuso o dimenticanza dell’autore. Vs. 4, a verbo probabile refuso per à. Vs. 7 e 10 notare l’oscillazione nell’uso del raddoppiamento consonantico tra gradazione e raggione. Vs. 5 scicchettone secondo Filippo Chiappini, Vocabolario romanesco, a.c. di Bruno Migliorini con aggiunte e postille di Ulderico Rolandi, III edizione, Chiappini editore, Roma 1967, pp. 486: “Superlativo di scicche”, derivato dal fr. chic che dà origine al sost. sciccheria (di lusso). Vs. 6 anticori secondo Gennaro Vaccaro, Vocabolario Romanesco Belliano e Italiano-Romanesco (Etimologico-lessicale-grammaticale-fraseologico-dei proverbi e modi proverbiali-dei sinonimi e degli opposti), Romana libri alfabeto, Roma 1969, pp. 819: “Scocciatore. Persona uggiosa, insopportabile”. Qui è da intendersi riferito all’oggetto, che è personificazione ironica.