Tutti candidati! – A. Giaquinto

P’annà su a Campidojo, anticamente,

O bisognava vince ’na battaja,

O èsse un gran scenziato, un gran sapiente,

O un gran poveta celebre d’Itaja.

 

In oggi invece è tutto diferente,                                    5

Adesso ogni somaro appena arraja

Senza che sappi nè capischi gnente

Vo annà lassù de filo… e ce baccaja!

 

Ce vò annà l’orzarolo, er mercantino,

Er salumaro, l’oste, l’impiegato,                                    10

E insino er muratore e ’r vitturino.

 

Insomma quà, mannaggia er carettino,

’Sto poro Campidojo è diventato

Come la piccionara der Quirino!

Tutti candidati: sta in I, 8 – 13-14 Giugno 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC CDC. Vs. 3 dialefe tra scenziato, un; scenziato probabile refuso per scienziato. Vs. 9 orzarolo, inizialmente venditore d’orzo, rappresenta la figura di chi vende un po’ di tutto, generi alimentari e non. Era una professione esercitata da gente proveniente dall’alta Italia e dalla Svizzera (Bernoni, op. cit.); mercantino, merciaio (Chiappini, op. cit.).

L’arabbiatura dell’oste – E. Francati

Eh, Cristo! Un’avventore che barbotta

Da quànno pija i’ mano la forchetta

E smagna, e soffia, e se lamenta e fiotta

Fino che nun se leva la sarvietta,

 

Come quer Cavajere, è una disdetta!                                    5

La pasta? Nonsignora è troppo scòtta

Er sugo? Manco a dillo, pare acquetta:

Abbòzza, abbòzza, un pover’omo sbòtta!

 

Entra è fà: cos’abbiamo? – LI SUPPRÌ

AR TELEFONO, fatti co li fili                                    10

De provatura – Li vole sentì?

 

Se li magna, poi dice: Non son boni!

Qui c’è l’inganno, dove sono i fili?

Che fili? So’ ar telefeno… Marconi!!

L’arabbiatura dell’oste: sta in I, 8 – 13-14 Giugno 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 3 fiotta, Piagnucola (Bernoni, op. cit.). Vs. 9 è probabile refuso per e. Vs. 10 co invece di co’ probabile refuso. Vs. 11 provatura, mozzarella fresca (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 14 telefeno, potrebbe trattarsi di un fenomeno di assimilazione vocalica postonica, possibile nel dialetto romanesco.

 

Caprera (Appunti der pellegrinaggio) – E. Francati

La partenza

 

Ce miseno in settanta in d’un vagone

Dove la puzza te levava er fiato,

Li drento c’era tanta ribbejone

Che pareva la piazza der Mercato.

 

Strilli, risate, urli, confusione                                                5

Aricordi der ber tempo passato…

Arfine er treno escí da la Stazione

Curenno come un gàmmero spedato.

 

Pè strada, intanto, li caribbardini,

Che abbenchè vecchi so’ sempre gajardi,                        10

Alegri e sverti come regazzini

 

Cantorno in coro una canzona vecchia

Ma sempre bella: l’INNO A CARIBARDI!

Fino che s’arivò a Civitavecchia.

 

L’imbarco

 

Ammalappena fussimo smontati

Curessimo u’ momento a l’osteria.

Se facessimo u’ litro a scappavia

E marciassimo ar Porto defilati

 

Lì drento l’acqua, staveno ancorati                                    5

Tre bastimenti pronti pe’ annà via;

Che vói vede, fratello, er parapia!

Robba che p’ariuscì d’èsse imbarcati

 

Credi, a momenti ce facemio a bòtte.

Restorno a piedi l’urtimi venuti                                    10

E lassàssimo er Porto a mezzanotte.

 

A vede tante barche illuminate

Pareveno le lucciche sperdute

Pè la campagna quanno ch’è l’istate.

 

L’arivo

 

Che bellezza de notte!Che sprènnore

Er mare risembrava un tavolato

Tant’èra carmo; er celo inargentato

Metteva la dorcezza immezzo ar core.

 

A sède, sopra un’argheno smontato                                    5

Passassimo accusì quelle dieci’ore

Un po’ fumanno, un po’ stanno a discore

Gustànno le bellezze der creato.

 

Quann’ecchete che arbeggia. Ammalappena

L’aria rischiara, e se scopre la tera                                    10

Vedemo avanti a noi, la MADALENA.

 

Succede u’ mormorio, tutti li sguardi

Cercheno infònno er monte de CAPRERA

E scoppia un’urlo: Viva Caribardi!!!

 

Er pellegrinaggio

 

Co l’INNI de Mameli e Caribardi

E le banniere, in testa sventolanti,

Se mettessimo in marcia tutti quanti,

Vecchi sciancati e giovani gajardi.

Apriveno er corteo marciànno avanti                                    5

Arditi, pettoruti, forti e bardi,

Li sordati der duce Caribardi

Cò le camicie rosse fiammeggianti.

E appresso a loro chi co’ le corone,

Chi co’ le parme, un fiume addirittura                        10

De gente: diecimila e più persone!

Salissimo e Crapera a poco a poco

Striscianno er monte fino su’ l’artura

Come un serpente arilucente foco.

 

La casa de Garibardi

 

“Una casetta bianca in cima ar monte

“Dove se vede solo celo e tera:

“Attorno er mare, e lì propio de fronte

“La CORSICA lontana. In una sera

“Vent’anni fà, er sordato d’Aspromonte                                    5

“Scosse come u’ leone la criniera,

“Mannò un soriso, poi piegò la fronte

“E fu ravvorto drento una banniera.”

…………………………………………

Lì avanti, s’arestassimo u’ momento

Cor fongo i’ mano e discorenno piano                                    10

Come se visitasse er Sagramento.

E quarche vecchio de caribardino

Fu visto annisconnesse in de la mano

La faccia, e piagne come u’ regazzino!

 

Li lagni, doppo er pellegrinaggio

 

Me fanno ride certi: com’è annata?

Ve sete divertiti? E’ un ber viaggio?

Ma scusate, la gente che c’è stata

E’ ita là pe’ fa un pellegrinaggio

O viceversa pe’ fa un’ottobbrata?                                    5

Perché, vedete, ce vo’ un ber coraggio

A lagnasse accusì. Sarà mancata

LA PAPPATORIA, ma sotto l’armata

Caribbardina s’era abbituvati

A tirà er collo. Incerti der mestiere!                                    10

Sagrifici che fanno li sordati!

Nun bisogna avè tante pretenzione…

era forse ’na GITA DE PIACERE?

Ma annate a regge er pizzo a la funzione!

Sulla «Cariddi» – 3 Giugno ‘902.

 

Caprera!: sta in I, 6 – 6-7 Giugno 1902. Sei sonetti, schema (sonetti 1, 4, 5, 6): ABAB ABAB CDC EDE; (sonetti 2 e 3): ABBA ABBA CDC EDE.

La partenza: vs. 5 dialefe tra risate, urli. Vs. 13 probabilmente si tratta dell’inno riportato in Lamberto Mercuri e Carlo Tuzzi, Canti politici italiani (1793-1945), Editori Riuniti, Roma 1973, alle pp. 137-139.

L’arivo: vs. 1 sprènnore probabile refuso per sprennore. Vs. 14 un’urlo, l’apostrofo è un probabile refuso.

Er pellegrinaggio: vs. 12 Crapera probabile refuso per Caprera.

La casa de Garibardi: vs. 6 leone trisillabo. Vs. 10 fongo, “cappello basso a cupola tonda” (Chiappini, op. cit.).

Li lagni, doppo er pellegrinaggio: vs. 4 dialefe tra è ita. Vs. 5 ottobrata, “scampagnata fatta nel mese d’ottobre” (Chiappini, op. cit.).

Dramma (Istantanea) – E. Francati

1866-1933, scrisse anche con lo pseudonimo di Fra Tinca. Esordì collaborando al «Rugantino» dal 1884 al 1889. Fondò il «Mannaggia la Rocca» e «Marchese del Grillo» insieme a Trilussa. Nel 1888 pubblicò Er 30 aprile, presso Verdesi; nel 1889 L’arivoluzzione a Roma da Cerroni e Solaro, ottenendo dopo dieci anni una ristampa da Perino. Nel 1894 fondò «Orazio Coccola» con Nino Ilari e Aldo Chierici; nel 1901 l’editore Casali gli affidò la direzione del «Trasteverino»; nel 1902 fondò il «Marforio», scrivendo moltissimi sonetti e disegnando diversi bozzetti umoristici. Nel 1921 si trasferì a Tivoli, facendo perdere le proprie tracce (Possenti, op. cit. p. 350 vol. I).

I

Da CASTELLO se sente mezzanotte.

E tona e piove. VIA DE LA LONGARA

Immezzo ar nero pisto de la notte

È diventata tutta ’na pianara.

 

Da li canali, da le grònne rotte,                                    5

L’acqua dà fora, schiuma, fa cagnara

E, avanti ar chiavicone che l’ignotte,

Subùlle come drento ’na callara.

 

Nun passa anima viva. A tratti a tratti

Da le finestre de la PALAZZINA                                    10

Se senteno li strilli de li matti.

 

E tona e piove. Un cane da pajaro

Co’r’una fame propio sopraffina

Rosica l’ossa immezzo a u’ monnezzaro.

 

II

All’ARCO DE SAN SPIRITO, lì accanto

All’artarino de la madonnella,

Piagne una donna. Se confònne er pianto

Co’ li lamenti de ’na craturella.

 

È una storia d’amore. Scoppia intanto                        5

U’ lampo e l’arischiara. Ancora è bella,

giovane, è moretta… ha amato tanto!…

Se sente er sóno de ’na campanella,

 

S’opre ’na porta… un’ strillo de cratura

E poi più gnente! È la fine der dramma.                        10

E tona e piove. Pe’ la strada scura

 

Passa curènno l’ombra de ’na donna:

Er vento fischia. Se smorza la fiamma

Der lampenino avanti a la Madonna.

Dramma: sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Coppia di sonetti, schema: ABAB ABAB CDC EDE . Parte I, vs. 1 castello, Castel S. Angelo. Vs. 4 pianara, un rivo d’acqua piovana (Chiappini, op. cit.). Vs. 7 chiavicone, fogna. Vs. 8 subùlle, ribolle come in un pentolone. Vs. 10 palazzina, si riferisce al manicomio di S. Maria della Pietà che stava in via della Lungara. Vs. 12 cane da pajaro, che fa la guardia a un pagliaio. vs. 13 co’r’una invece di cor una. Parte II, vs. 7 dialefe tra giovane, è oppure tra moretta… ha. Vs. 14 lampenino, piccola lampada votiva (Chiappini, op. cit.).

Cambianno cammeriera (S. Culasso)

Conosco solo le date di nascita e di morte: 1881-1915 (Possenti, op. cit. vol. I p. 97).

I.

 

Dunque, stamme a sentì che in un momento

Te faccio la consegna der servizio:

Prima de tutto qui ce vô giudizio

E ’na presetta puro de talento.

 

Ce sta ’r padrone, un vecchio un po’ scontento,                        5

Ch’à perso er pelo… ma cià ancora er vizio

De fa li giôchi… e vô stà in esercizio…

Cusì tu chiude ’n occhio… e lui è contento.

 

Pe’ gnente, già se sa, nun se fà gnente

E tu nun dubbità che ’sto padrone                                                10

Pe’ ’sti servizi è assai riconoscente.

 

E co’ tutto che lui ce faccia er tosto

A dillo in confidenza, ’sto babbione,

E’ tutto quanto fume e gnente aròsto!

 

II.

 

In quanto ar signorino, ch’è ufficiale

E mò tra giorni passerà tenente,

E’ bono, nun s’impiccia mai de gnente

E come lui nun ce n’è ’n antro eguale.

 

Certo mica è stàtuva de sale…                                                5

E si me vede sola certamente

M’ammolla quarche bacio… io, veramente,

Lo lasso fà, tanto che c‘è de male.

 

 

Da quanno che l’amante sta a Milano

Lui smagna, fa pijà ’r dolor de panza,                                    10

Tiè sempre er campanello fra le mano.

 

Sòna… poi manco lui lo sa ’r perchè:

Er giorno chiama sempre l’ordinanza

Mentre la notte sòna sempre a me!

 

III.

 

Ah, nun parlamo poi de la signora,

Chè quella è propio bòna, bòna assai,

Lei nun se sente, nun se vede mai,

Viva la faccia sua, perdinanora.

 

Tra giorni pare che se ne va fòra,                                                5

Va da l’amico suo chè, capirai,

Adesso a Roma vive tra li guai

Sola, senza de lui e ce s’accòra.

 

Ma stanno sempre in gran corisponnenza…

E de le lettre io so’ incaricata,                                                10

Sarò porta-pollastri… mbè, pazienza.

 

Questo è ’n servizio fòr de l’ordinario

Cusì quanno me paga la mesata

Je metto in conto lo strasordinario!

 

IV.

 

Mò lei s’è messa drento un Comitato

D’òmmeni a scopo de beneficenza:

E tutto er giorno lei ce l’à occupato

A lègge e scrive la corisponnenza.

 

E, capirai, ne viè de conseguenza                                                5

(P’er gran lavoro che mò cià addietrato)

Ch’à messo un giorno fisso destinato

A riceve chè nun pô fanne senza.

 

E dalle tre sino all’avemmaria

Der martedi, si lei nun è indisposta,                                                10

Riceve solo l’aristocrazia.

 

Mentre der Comitato suo d’onore

(M’à dato ’sta consegna propio apposta)

Li membri l’ariceve a tutte l’ore!

 

V

Drento ’sta casa ognuno cià un partito,

Ognuno qui sprofessa un ideale:

Presempio la signora è libberale

E vô la libbertà… sinnò è fenito.

 

Cusì nun va d’accordo cor marito,                                                5

Er quale invece è tutto crelicale,

Nun pò sentì parlà der Quirinale

E guai a ricordajelo ’sto sito.

 

Er signorino, invece, è rëalista,

Er côco – dice lui – è ‘ntransiggente,                                    10

Mente ch’er cammeriere è socialista.

 

Cusì pe’ fa contenti ’sti signori,

Ch’ognuno cià ’na tinta diferente,

Io n’ho fatte de tutti li colori!

 

VI

La paga è poca: trenta lire ar mese,

Ma si una se sa bene ariggiràsse

C’è sempre la magnera d’aranciasse

Facenno un po’ de gresta su le spese.

 

Eppoi bisogna sempre fà l’ingrese                                                5

E sapè puro bene aripassasse

Padroni, padroncini e pe’ spicciasse

Mannàli tutti quanti a quer paese.

 

Bisogna sarvà sempre capra e càvoli,

E dì de o de no come fa giòco,                                                10

Contenta tutti… sempre pe’ li pàvoli.

 

Tu tiètte ’sti consiji bene a mente,

Poi lassa annà li scrupoli e co’ poco

Tu te farai la dòte onestamente!

Cambianno cammeriera: sta in I, 24 – 8-9 Agosto 1902. Sei sonetti, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Parte I,vs. 3 indica sia apocope sia monottongamento del dittongo uo (cfr. Parte I, vs. 7, Parte IV, vs. 8). Vs. 7 giôchi probabile refuso per giochi.

Parte II, vs. 5 dialefe tra mica è. Parte III, vs. 10 dialefe tra lettre io. Lettre, forma sincopata derivata dal francese, diffusa già nel Petrarca. Parte IV, vs. 9 avemmaria, preghiera che le donne recitavano la sera. Parte V, vs. 2 ideale quadrisillabo. Vs. 4 fenito anziché finito, anafonesi della protonica frequente nel romanesco e in altri dialetti del centro. Vs. 6 crelicale anziché clericale, metatesi caratteristica del dialetto romanesco. Vs. 8 dialefe tra guai a. vs. 11 il paolo è una antica moneta della Roma papalina, chiamata così dal volto di S. Paolo che recava su uno dei lati. Aveva il valore di cinque baiocchi (Chiappini, op. cit.).

Er vino tascabbile (M. D’Antoni)

1876-1927, droghiere, collaborò anche a «Er Gattello», «Er Conte Tacchia», «Rugantino». Nel 1905 pubblicò una raccolta di sonetti presso la Tipografia Aureliana, e nel 1923 pubblicò la raccolta La pupa, presso la Tipografia Pinci e Brocato (Possenti, op. cit. vol. II p.659). Il Veo (Poeti romaneschi, op. cit.) ci dice inoltre che spesso si firmava con lo pseudonimo di Er drojere e così firmò una Raccolta di 50 sonetti satirici e umoristici in dialetto romanesco pubblicata nel 1905 presso la Tip. Aureliana.

Chi legge dice: E’ matto ’st’accidente

o s’è scolato già quarche fojetta?

Er vino senza quarche recipiente

nun te ce stà, ce vo’ la su’ boccetta.

 

Eppuro un benzinaro, assai valente,                        5

ha ritrovato mo’ ’na macchinetta

che co’ un calore forte, assai bullente

trasforma er vino in una tavoletta.

 

Un bevitore ne pia un pezzettino.

lo squaja dentro l’acqua, lo smucina,                        10

lo beve e s’imbriaca co’ quer vino.

 

Dicheno che nu’ noce quela sborgna,

a petto a ’st’inventore de benzina

Marconi è diventato ’na carogna!

Er vino tascabbile:sta in III, 174 – 13 Gennaio 1904. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 9 il punto è probabilmente un refuso.

All’ospedale (C. Crescenzi)

I

  • «Er braccio po’ guarì!… ma la ferita

ar petto è fonna… e me fanto male!…

co’ tutto che me l’hanno ricucita,

me pare da sentimmece er pugnale.

 

Famme er piacere a Gi’, si vedi Ghita,                        5

nu’ j’annisconne gnente, e tal’e quale,

dije che sto in pericolo de vita:

j’ho da parlà, che vienghi all’ospedale!

 

Dije, ch’ersangue ’n testa in un momento

m’intesi aribollì!… che j’ho menato                        10

a quer bojaccia vile… e nu’ me pento

 

si pe’ difenne a lei so’ massacrato:

dije che venghi!… morirò contento

se prima de spirà lei m’ha baciato!»

 

II

  • «’Mbè nu’ me dichi gnente de Biacetto?

l’hai visto? come sta?… ma tira via

leveme da ’ste pene… che t’ha detto?…»

  • «Nun ce sta più speranza, Ghita mia,

 

pe’ la ferita grave che ciá ’n petto:                                    5

lui dice che sarà quer che sia,

ma te vo’ arivedè quer poveretto!…

te prega d’annà subbito in corsia»

………………………………………

  • «Guardeme!… parla!… dimme ’na parola

vedi che te sto accanto?… parla Biacio,                        10

qui c’è Ghituccia tua che te consola!…»

 

Er povero malato guardò fisso

l’innamorata sua, je dette ’n bacio

e poi spirò strignenno er crocifisso!

 

III

  • «Biacio!… Biacio!… Madonna me se more!

Biacetto mio risponni!… m’hai parlato?…

… pe’ carità sarvatelo dottore!…»

  • «Ma che je posso fa s’è già spirato!…»

 

– «No!… no!… no!… che je sbatte forte er core,                        5

… vedete che me guarda?!… m’ha baciato!…

la fronte è fredda!… gronna de sudore!…

… è finito!… me l’hanno assassinato!…»

 

Coll’occhi sopra ar morto stette muta,

rimase còrca addosso ar letticciolo                                                10

poi scivolò per tera!… era svenuta!

 

Verso sera, coperto c’un lenzolo,

Biacetto stava lungo ’nde la bara,

e Ghita, pòra Ghita!… a la Longara!…

 

                                    Fiore de spino

Si nun sia mai me venghi fra le mano,

Ce vojo fa la zuppa drento ar vino!

 

                                    Fioretto raro

Tu mi hai mannato in celo er mi tesoro                                    5

Io te manno all’Inferno paro, paro!

 

                                    Fior d’ogni fiore

Me vojo fa passà ’ste pene amare

Si t’arivo a caccià de fori er core!

 

                                    Fior de granato,                                    10

E quanno ’sto lavoro avrò finito

Io volerò da te, Biacio adorato!…

 

                                    Fior de gaggia

Te manna mille baci Ghita tua!…

M’ariccommanno a voi, Madonna mia!                                    15

 

IV

Co’ ’na vocetta chiara e co’ passione,

Ghituccia aripeteva ’sti stornelli,

mentre che je brillava un lagrimone

su quell’occhi turchini, tanto belli!…

 

Doppo detta ’gni giorno l’orazione,                                    5

cantanno e ricantanno sempre quelli,

s’annava a mette a sede in un cantone,

coprennose de rose li capelli.

 

Guardava in mezzo ar celo l’ore e l’ore,

e cantanno, baciava n’abitino                                                10

che teneva anniscosto accanto ar core.

 

Poi come avesse visto er pòro Biacio,

stava alegra, e facenno un bell’inchino,

j’offriva ’n fiore e je tirava ’n bacio!

All’ospedale: sta in I, 19 – 22-23 Luglio 1902. Quattro sonetti e una serie di stornelli. Parte I, schema ABAB ABAB CDC DCD; vs. 5 Ghita, dimin. di Margerita (Chiappini, op, cit.). Vs. 8 vienghi cfr. venghi al vs. 13. Vs. 9 ersangue probabile refuso per er sangue. Vs. 10 aribollì probabile refuso per aribbollì. Parte II, schema: ABAB ABAB CDC EDE; vs. 5 ciá probabile refuso per cià. Vs. 6 ipometro, a meno che non leggiamo lui con dieresi. Parte III, schema: ABAB ABAB CDC DEE; Vs. 4 fa anziché fà. Vs. 14 Longara, vicino al carcere di Regina Coeli, sulla via della Lungara, c’era un manicomio chiamato di S. Maria della Pietà, detto anche dei pazzarelli. Chi vi portasse una persona per il ricovero, riceveva in regalo cento uova fresche (Delli, op. cit., pp. 543-544). Parte IV, gli stornelli hanno il tradizionale schema AbA, con assonanza al vs. 2 e rima tra 1 e 3: sono composti di tre versi, dei quali il primo è un quinario e gli altri due endecasillabi. Vs. 5 mi anziché m’ e mi anziché mi’. Parte IV, schema: ABAB ABAB CDC EDE.