La Pasqua del fringuello (G. Altomonte)

Nella brughiera in mezzo ad un bruscello

e mentre il sol gli ultimi rai sfavilla,

guardan fanciulli un picciolo fringuello,

ch’entro le dita d’uno d’essi trilla.

 

Ma d’infra un nimbo vaporoso e bella                        5

angelo appar che pioggia d’oro istilla,

chiedendo a quel bambino dell’augello

la libertà, com’esso indarno ambilla.

 

E quindi a tutti gli incantati bimbi

la gloria narra di Gesù risorto                                    10

libero e glorïoso inverso il cielo.

 

Qui tace e spare, tra vanenti nimbi;

rallenta il bimbo la sua stretta e accorto,

fugge il fringuello di riscatto anelo

La Pasqua del fringuello: sta in III, 197 – 3 Aprile 1904. Sonetto, schema: ABAB CBCB DEF DEF. Vs. 1 bruscello arbusto paniato per la caccia notturna agli uccelli, allitterazione con bruscello. Vs. 5 bella probabile refuso tipografico per bello che deve rimare col vs. 7, dovuto forse ad omoteleuto col vs. precedente. Vs. 6 istilla invece di instilla. Vs. 14 manca il punto, altro probabile refuso.

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La storia sacra II (V. Cecchetti)

Doppo pe’ contentino st’ammazzati

Je venne in mente da creà er cursore,

Le guardie, le preture, e l’avvocati

Regina-Celi assieme ar Bon pastore;

E lì capischi corpo de l’inferno                                    5

Te toccava a fa modo der Governo.

 

Li popoli però nun furno micchi

S’arivortorno tutti in un momento,

Buttorno giù Guverno e Parlamento,

Poi detteno la sveja a quelli ricchi,                                    10

Cusì capischi p’esse tutti uguali

S’ammazzaveno come li majali.

 

Ma er Padr’Eterno che nun è un cacchiaccio

Che fece? ’na domenica a matina

Scrisse a Marforio ossia mannò un dispaccio            15

E je fece: Sentite porco dina!

Già che vedo ch’er monno va a tracollo

Ho deciso de fallo morì a mollo.

 

Cusì fate sapè drento ar giornale,

A tutto er monno ch’io so’ già diciso,                        20

Da mannà giù un diluvio universale,

E uprì le cataratte ar Paradiso;

Perchè m’hano scocciato li minchioni,

’Sta razza d’affaristi e d’imbrojoni.

 

De fatti lì pe’ lì chiamò Noene                                    25

E je fece: «Sentite boccio mio,

«Siccome v’ho vorsuto sempre bene,

«Fateve un’arca come dico io;

«Anzi guardate prima che me scordo

«Diteme si ve serve quarche sordo.»                                    30

 

  • Ma st’arca che sarebbe sor padrone?
  • Che sarebbe? ’na barca, un bastimento,

Che v’arippari bene all’occasione

Da l’acqua, da la grandina e dar vento,

Ho deciso de fa vienì er dilujo,                                    35

O per Agosto, o l’urtimo de Lujo.

 

Defatti er sor Noè se messe sotto

E lavorava senza culumia,

E come che finì quer bussolotto

Se schiaffò drento lui co’ la famia                                    40

Poi da ’na parte fece du’ sportelli

Pe’ facce entrà le bestie co’ l’uccelli.

 

Lì c’entronno cecale, sorci, grilli,

Purcie, pidocchi, cimice, e cavalli,

Pettirossi, fringuelli, pappagalli,                                    45

Scimmie, ciovette, cani e cuccodrilli,

Bovi, montoni, pecore e majali,

Insomma tutti quanti l’animali.

 

E Iddio je fece allora: sor Noè,

Fate presto, chiudete cor paletto,                                    50

Avete fatto? Avete chiuso bè?

Dunque coraggio, quer c’ho detto ho detto,

  • Si ho chiuso arivedecce sor padrone.
  • ’Mbè adesso sentirete che sgrullone!

 

De fatti avessi visto in un mumento                                    55

Teramoto, saette, toni e lampi,

Te dico ch’era propio uno spavento,

Toto, nun ce pensà, Dio te ne scampi:

D’acqua dar celo ne veniva tanta…

Antro che l’alluvione der settanta!                                    60

 

La gente, lì pe lì fijo de Cristo,

Uscirno co’ le barche e le battane…

Avevi da vedè che acciaccapisto

Le stade diventaveno fiumane,

Te dico fu un fragello fu ’no strazio…                        65

L’acqua arivava insino a San Pangrazio.

 

Mica giovava d’esse notatorie!

Hai voja de notà! lì te straccavi!

Si puro tu notavi l’ore e l’ore,

Pe’ forza fijo bello t,affocavi,                                    70

Lì nun c’ereno santi ne madonne,

Moriveno regazzi ommini e donne.

 

Prosegue in I, 5 – 3-4 Giugno 1902. Vs. 1 ammazzati vale come “maledetti” (Vaccaro, Vocabolario trilussiano, op. cit.). Vs. 2 creà bisillabo; cursore il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) riporta Curzore e spiega: “Ufficiale giudiziario incaricato di effettuare sequestri.” Viene dal lat. cursor, -oris. Vs. 4 Bon Pastore il Delli (op. cit., pag. 209) ci dice che il conservatorio (oggi riformatorio femminile) del Buon Pastore, situato nel Rione Trastevere, fu eretto nel 1615 per “redimere” le ragazze minorenni di dubbia moralità. Vs. 6 fa probabile refuso per fà. Vs. 7 micchi il Bernoni (op. cit.) spiega: “È l’equivalente di stupido, credulone, insensato, sciocco. Il vocabolo va riferito, probabilmente, per la sua formazione, a mico delle lingue spagnola e portoghese in derivazione cinquecentesca dal linguaggio caraibico (mico e mecou: nomi d’una scimmia indigena).” Vs. 13 cacchiaccio, uno sciocco. Vs. 22 uprì forma alternativa di oprire caratteristica dei dialetti del centro Italia. Vs. 23 m’hano probabile refuso per refuso per hanno. Vs. 25 Noene trisillabo, nome proprio con epitesi della particella –ne. Vs. 35 fa anziché fà. Vs. 37 Noè bisillabo. Vs. 38 culumia da leggersi con l’accento tonico sulla i; è probabilmente una storpiatura di economia. Quindi vale “senza risparmiarsi”. Vs. 54 sgrullone vale “Acquazzone” (Chiappini, op. cit.). Vs. 56 saette trisillabo. Vs. 60 alluvione der settanta, ne abbiamo una testimonianza diretta grazie a Pietro Romano, che l’ha raccolta nel suo volume Ottocento romano (aneddoti, documenti, curiosità), A.R.S., Roma 1943, a p.94: “[…]Roma, meno alcuni punti, è tutta allagata: rovine sopra rovine; danni immensi; danni ai negozianti di migliaia e migliaia di scudi.” Chi scrive è un certo Scipione Angelucci, e l’alluvione di cui parla è quella del 27 dicembre 1870. Vs. 61 pe probabile refuso per pe’. Vs. 62 battane, piccola imbarcazione a fondo piatto e bordi bassi. Vs. 63 acciaccapisto, il Bernoni (op. cit.) ci dice che il termine viene dall’unione di acciaccà (che significa schiacciare, ammaccare e deriva dall’arabo sciaka, passato attraverso lo spagnolo achaque, e che vuol dire “malattia”) e pistà (pestare, dal latino tardo. Rende espressivamente l’idea di un’azione di violenta pressione tra corpi. Vs. 64 stade probabile refuso per strade. Vs. 66 San Pangrazio, il Delli (op. cit., p. 139 e pp. 711-712) ci dice che la via di San Pancrazio prende il nome dall’omonima chiesa dedicata al giovane martire morto nel 300 d.C. Fu inoltre luogo di strenua ed eroica difesa dei repubblicani romani in guerra contro le truppe francesi nel 1849. Probabilmente il luogo è posto molto in alto, per cui ecco spiegato il riferimento di Cecchetti. Vs. 67 notatorie anziché notatore, probabile refuso. Vs. 70 t,affocavi probabile refuso per t’affocavi. Notare la forma sorda anziché sonora del verbo. Vs. 71 ne anziché probabile refuso.

La storia sacra (V. Cecchetti)

Ieri tra certi libri de mi’ nonno

Che staveno in suffitta in un cantone

Azzecca un po’ si che trovai? U’ librone

Scritto sopra l’uriggine der monno.

L’avevi da vedè! c’era da legge                                    5

Tutta la Bibbia de l’antica legge.

 

Quer libbro te potrebbe uprì la mente,

Lì, parla de li beni e de li mali,

Parla der monno e tutti l’animali;

Parla d’Adamo e d’Iddio ‘nnipotente…                        10

Insomma si lo leggi Toto mio,

Te viè da piagne te lo dico io.

 

Si tu lo guardi bene dar cumincio,

Da quanno venne Adamo su la tera,

Vedrai che dar principio ar sicutera                                    15

L’omo vò camminà sempre pe’ sguincio:

Cusì si mò nojantri tribbolamo.

Cià che fa quer ber mobbile d’Adamo!

 

  • Dì un po’, ma quanno Adamo venne qui

C’era tutta ’sta fame co’ ’ste tasse?                                    20

  • De che? ma allora c’era da sfamasse

Pe’ tutti quanti, si la vôi capì.

  • Com’è che allora se campavà bene

E mo se sta tramezzo a tante pene?

 

  • Guarda discorsi, allora in de ’sto monno       25

Ereno tutti quanti signoroni,

Poteveno girallo largo e tonno

Senza tante rotture de minchioni,

E senza velocimice, nè tramme

Viaggiaveno gni sempre co’ le gamme.                        30

 

  • Doppo je venne a stufa er brodo grasso;

Eva co’ Adamo nu’ fu più fedele,

Adamo cominciò cor fà er gradasso;

Caino per invidia ammazzò Abele;

Cusì tra l’uno e l’antro tira e molla,                                    35

Feceno un fregandò co’ la cipolla!

 

Si nu’ n’era pe’ Adamo, quer majale,

E Eva porca nu’ se confonneva,

Er monno nu’ vieniva tanto male:

La donna nu’ sarebbe uguale a Eva,                                    40

E l’omo che se crede tanto astuto,

Nu’ farebbe la parte der… pennuto!

 

Cusì crescenno vizio sopra a vizio,

L’omo è vienuto senza correzzione;

Er monno annava tutto a pricipizio,                                    45

Senza rispetto e senza educazione:

Faceveno famija tra de loro,

Senza vergogna e senza avè decoro.

 

Cor tempo a quarchiduno più educato,

J’arincresceva questa zinfunia                                    50

De sta a mischià la carne e er parentato;

E feceno: che d’è ’sta porcheria?

Cusì da quer momento que’ la gente

Preseno chi a levante e chi a ponente.

 

Chi annette ne là Spagna, chi in Crimea,                        55

Chi annette in Francia, chi ner Portogallo,

Chi vorse restà lì ne’ la giudea;

Uno cercava er freddo e l’antro er callo,

Chi annette ne la Cina, e chi ar Giappone

E chi venne qui sotto ar Cuppolone.                                    60

 

Quelli più dritti feceno er guverno;

De botto venne appresso er Sacerdote,

Che s’inventò le pene de l’inferno

E un sacco de buatte e de carote.

Cusì le gente furno un po’ più quiete                                    65

Avenno er freno der Guverno e er Prete.

 

Fu allora che cacciorno le gabbelle

Pe’ pagà li ministri e l’impiegati,

Tasse sù li cavalli e carettelle,

Tasse su li palazzi e fabbricati,                                     70

Insomma ogni guverno pe’ ingrassasse

Daje giù pe crillaccia a mette tasse.

La storia sacra: poemetto pubblicato a puntate, la prima parte (vs. 1-72) sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Sestine di endecasillabi rimati secondo lo schema ABBACC. La traspozione in dialetto della storia biblica è stata tentata anche da Giggi Zanazzo, ora in Poesie romanesche, a.c. di Giovanni Orioli, Avanzini e Torraca editori, Roma 1968, vol. 1, pp. 155-180 (Vecchio Testamento) e pp. 181-193 (Nuovo Testamento) in sonetti, tranne una parte in sestine. Per non parlare della Bibbia del Belli. Vs. 5-6 rima equivoca. Vs. 11 Toto sta per Antonio o Teodoro (Chiappini, op. cit.). Vs. 15 sicutera il Chiappini (op. cit.) spiega: “Essere, Tornare al sicutera. Si dice in proverbio: Sicutera tinprincipio nunche e ppeggio.” Il Vaccaro (Vocabolario belliano, op. cit.) traduce la locuzione nel significato di “non c’è nulla da fare” e spiega che viene dal lat. sicut erat in principio. Vs. 18 mobbile sta per “Soggetto” nell’accezione spregiativa (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 23 campavà probabile refuso per campava. Vs. 25 guarda discorsi come a dire lascia stare tanti discorsi, fidati di me. Vs. 29 velocimice sta per “velocipede”, ossia la bicicletta. Vs. 31 il trattino è un probabile refuso dato che il parlante è sempre il medesimo. Vs. 34 Caino trisillabo. Vs. 36 fregandò “Miscuglio di varie vivande cotte insieme nella padella o nel tegame. Franc. Fricandeau. Si usa anche in senso metaforico.” (Chiappini, op. cit.). Vs. 38 dialefe tra E Eva. Vs. 40 dialefe tra a Eva. Vs. 46 educazione forse refuso per educazzione che farebbe rima perfetta con il vs. 44. Vs. 55 probabile refuso per la. Vs. 57 giudea in minuscolo probabile refuso. Vs. 61 guverno in minuscolo probabile refuso, a giudicare dalla grafia dei versi successivi, così come al vs. 71. Vs. 64 buatte trisillabo, buatta viene dal fran. Boîte. Letteralmente vuol dire “cassetta di latta” ma ha assunto il valore metaforico di “fandonia” (Chiappini, op. cit.). Carota viene dal greco karoton e quindi dal latino carota e vuol dire “menzogna, fandonia.” Si hanno testimonianze anche in lingua (Aretino, Ragionamenti, II, 3), oltre che nei sonetti del Belli (646, 1282, 2139) (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 69 probabile refuso per su.