Viva la faccia sua! – Adolfo Giaquinto

Nato a Napoli il 25 ottobre 1847. La famiglia si trasferì a Roma dopo soli tre mesi. Fu avviato da giovane all’arte culinaria, di cui divenne un affermato esponente. Inventò l’estratto di carne Excelsior e pubblicò diversi libri di ricette. Contemporaneamente iniziò a dedicarsi alla poesia vernacolare, collaborando a diverse testate romane, firmandosi anche con più di uno pseudonimo (Taglia Cappotto, Er Bocio, Adorfo Già-Sesto, Adorfetto, ecc.): «Il Rugantino», «Il Tribuno», «Ghetanaccio», «Il Mattacchione», «La Tribuna», «Il Messaggero». Insieme a Giggi Zanazzo fondò nel 1897 il «Rugantino de Roma in dialetto romanesco», seguito da «Casandrino»; nel 1898, per risolvere il problema della querela per plagio dell’editore Perino, fondarono il «Rugantino», avvalendosi di molti collaboratori (tra i quali Trilussa e Nino Ilari). Nel 1902 fondò il «Marforio». Nel 1909 pubblicò un volume di versi, Poesie dialettali. Ma il risultato più importate della sua ricerca è stato l’invenzione del “cispatano”, un misto di romanesco, napoletano, marchigiano e abruzzese; in questo senso il lavoro migliore fu Mattie Franciscandonie all’Afreca, pubblicato nel 1896, una collana di quattordici sonetti in cui narra l’avventura di un popolano che parte soldato per la spedizione in Africa. Si dedicò anche alla prosa, ma la sua fama fu offuscata da quella di Trilussa. Morì a Roma il 28 giugno 1937 (AA. VV., Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Catanzaro 2000, vol 54, pp. 560-562; voce curata da Carlo D’Alessio). Il Veo (Roma popolaresca, op. cit. p. 141-142) racconta che Giacquinto iniziò a scrivere in questo dialetto misto, parlato dai poveri immigrati che dal sud e dal centro venivano a lavorare a Roma, trascrivendo alcune espressioni di un oste che illustrava il menu ad un avventore.

Lo Scià ciá in Persia più de mille moje;

Ma che ne tiè a le coste quarchiduna?

Lui nun cià que’ l’impicci e que’ le noje

Come ce l’ha tra noi chi ne tiè una!

 

Lì tra la mucchia indove coje coje,                                    5

Mo ne capa una bionna, mo’ una bruna,

E pe’ lui o so’ angeli o so’ boje

Nun se ne porta appresso mai gnisuna.

 

Pettegolezzi lì nun ce so’ mai,

Lui nun se guasta er sangue ne’ le vene,                        10

Cor sentì tanti fiotti e tanti guai!

 

Viva la faccia sua! Quello è ’n sapiente!

Noi co’ ’na moje stamo tra le pene

E lui co’ mille campa alegramente!!

Viva la faccia sua!!: sta in I, 3 – 27-28 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 1 Scià cià assonanza. Vs. 4 dialefe tra tiè una. Vs. 6 mo invece di mo’, probabile refuso. Vs. 7 dialefe tra lui so’ e angeli o.