Scienza positiva Tra marito ed un medico – A. Giaquinto

Ah sor dottor mio, me dia un consijo:

Io presi moje se’ o sett’anni fa,

Però siccome nun ciò avuto un fijo

Mi moje me sta sempre a tormentà.

 

In quanto a me, se sa, nun me ne pijo,                         5

Ma lei nun fa che piagne e sospirà,

J’ha presa ’sta smaniella, ’sto puntijo,

E nun c’è caso che la vo’ piantà!

 

Stà sempre inviperita nott’e giorno,

E dice sempre, pe’ canzonatura:                                    10

Tu sei un marito che nun vali un corno.

 

Dunque, j’ordini quarche medicina…

Je facci fa li bagni… o quarche cura

Sinnò vado a fenì a la palazzina!

 

Senta che deve fa caro signore:

La faccia mette a letto immantinente,

Doppo je dia da beve un thè bullente

E j’incominci a favellà d’amore.

 

Je dica ch’é ben fatta, seducente,                                    5

Ch’è la mejio de tutte le signore…

E ’nder mentre che ruzza e che discore

L’accarezzi e la baci de frequente

 

Ogni tanto je dia quarch’eccitante,

Presempio un cognacchino, ’na sciartrosa,                        10

Oppure una bottija de spumante.

 

E appena stà eccitata e in allegria

Lei sa che deve fà? – Dica, che cosa?…

… Me telefoni a me giù in farmacia.

Scienza positiva: sta in I, 28 – 22-23 Agosto 1902. Coppia di sonetti, schema: ABAB ABAB CDC EDE e ABBA BAAB CDC DED. Parte I, vs. 1 dia bisillabo. Vs. 13 fa forse refuso per fa (Parte II, vs. 1 e 13). Parte II, vs. 5 é probabile refuso per è. Vs. 8 non c’è punteggiatura. Vs. 10 sciartrosa, liquore fabbricato dai certosini francesi.

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Viva la faccia sua! – Adolfo Giaquinto

Nato a Napoli il 25 ottobre 1847. La famiglia si trasferì a Roma dopo soli tre mesi. Fu avviato da giovane all’arte culinaria, di cui divenne un affermato esponente. Inventò l’estratto di carne Excelsior e pubblicò diversi libri di ricette. Contemporaneamente iniziò a dedicarsi alla poesia vernacolare, collaborando a diverse testate romane, firmandosi anche con più di uno pseudonimo (Taglia Cappotto, Er Bocio, Adorfo Già-Sesto, Adorfetto, ecc.): «Il Rugantino», «Il Tribuno», «Ghetanaccio», «Il Mattacchione», «La Tribuna», «Il Messaggero». Insieme a Giggi Zanazzo fondò nel 1897 il «Rugantino de Roma in dialetto romanesco», seguito da «Casandrino»; nel 1898, per risolvere il problema della querela per plagio dell’editore Perino, fondarono il «Rugantino», avvalendosi di molti collaboratori (tra i quali Trilussa e Nino Ilari). Nel 1902 fondò il «Marforio». Nel 1909 pubblicò un volume di versi, Poesie dialettali. Ma il risultato più importate della sua ricerca è stato l’invenzione del “cispatano”, un misto di romanesco, napoletano, marchigiano e abruzzese; in questo senso il lavoro migliore fu Mattie Franciscandonie all’Afreca, pubblicato nel 1896, una collana di quattordici sonetti in cui narra l’avventura di un popolano che parte soldato per la spedizione in Africa. Si dedicò anche alla prosa, ma la sua fama fu offuscata da quella di Trilussa. Morì a Roma il 28 giugno 1937 (AA. VV., Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Catanzaro 2000, vol 54, pp. 560-562; voce curata da Carlo D’Alessio). Il Veo (Roma popolaresca, op. cit. p. 141-142) racconta che Giacquinto iniziò a scrivere in questo dialetto misto, parlato dai poveri immigrati che dal sud e dal centro venivano a lavorare a Roma, trascrivendo alcune espressioni di un oste che illustrava il menu ad un avventore.

Lo Scià ciá in Persia più de mille moje;

Ma che ne tiè a le coste quarchiduna?

Lui nun cià que’ l’impicci e que’ le noje

Come ce l’ha tra noi chi ne tiè una!

 

Lì tra la mucchia indove coje coje,                                    5

Mo ne capa una bionna, mo’ una bruna,

E pe’ lui o so’ angeli o so’ boje

Nun se ne porta appresso mai gnisuna.

 

Pettegolezzi lì nun ce so’ mai,

Lui nun se guasta er sangue ne’ le vene,                        10

Cor sentì tanti fiotti e tanti guai!

 

Viva la faccia sua! Quello è ’n sapiente!

Noi co’ ’na moje stamo tra le pene

E lui co’ mille campa alegramente!!

Viva la faccia sua!!: sta in I, 3 – 27-28 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 1 Scià cià assonanza. Vs. 4 dialefe tra tiè una. Vs. 6 mo invece di mo’, probabile refuso. Vs. 7 dialefe tra lui so’ e angeli o.

Conforto (A. Bonacci)

Stava pe’ partorì, strillava tanto

E se spremeva stesa drento a’ letto;

Sant’Anna, aiuto! – urlava – Cristo santo,

Nu’ lo farò mai più… ve lo prometto!…

 

Er marito, quer boccio de Peppetto,                                    5

Je s’era messo a sede accanto, accanto,

e quanno lei faceva ’no strilletto

Lui, brutto babbaleo, sbottava un pianto.

 

Lei, stufa de sentì ’sta zinfonia

Je fece: – Perchè piagni? e lui de botto:                        10

Piagno perchè la corpa è tutta mia

 

Si mò stai drent’un letto sofferente!…

E lei: – Ma statte zitto co’ ’sto fiotto,

Quanto sei scemo… tu nun c’entri gnente…

Conforto…: sta in I, 53 – 16 Novembre 1902. Sonetto, schema: ABAB BABA CDC EDE. Vs. 6 tra i due accanto forse la virgola è un refuso. Vs. 8 babbaleo secondo Gennaro Vaccaro, Vocabolario Romanesco Trilussiano e Italiano-Romanesco (etimologico-lessicale-grammaticale-fraseologico-dei proverbi e modi proverbiali-dei sinonimi e degli opposti), Romana libri alfabeto, Roma 1971, pp. 402: “Sciocco. Stupido. Imbecille.” Risulta dalla fusione di babbeo e mammaleo. Lo si ritrova in La scappatella del leone (nella raccolta La gente) e in La Verginella con la coda nera (in Acqua e Vino) di Trilussa. Vs. 13 fiotto secondo Vaccaro (Vocabolario Belliano, op. cit.): “Piagnucolio”. Viene dal lat. fluctus, -us.

Impieghi e donne (A. Bonacci)

Il Possenti (op. cit. pag. vol. I 264) ci dice che nacque in Calabria nel 1871, ma presto si trasferì a Civitavecchia, dove nel 1902 pubblicò il suo primo libro di versi, Scampoletti da gode’. Commerciava in pellami e sposò la figlia di Adolfo Giaquinto, Margherita. Collaboratore assiduo del «Rugantino», era noto soprattutto come compositore di canzoni per la festa di S. Giovanni. Morì nel 1916.

Tu nun saprai ’sta fresca in che consiste,

Ma l’omo adesso è bello che finito.

Mo mò là donna, pe’ l’impiego, insiste

E, in ogni modo, cià da mette er dito.

 

Te le vedi impiegate, computiste,                                    5

Cape stazzione… insomma s’è capito

Che l’omo ha da sta a spasso, e che ’ste criste

S’hanno da intrufolà per ogni sito!

 

Vedi: la donna, senza tante carte

Eh… fijo bello, che nun ottierebbe?                                    10

La donna cià la grazzia, cià la parte…

 

L’omo nun sà er busilli, a dilla tonna:

Per ottenè l’impiego basterebbe

Che facesse la parte de’ la donna.

Impieghi e donne: sta in I, 14 – 4-5 Luglio 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 3 probabile refuso.

N.d.A.: “Nel Tirolo hanno nominato capo stazione… una donna.” Vs. 12 busilli, il Vaccaro (Vocabolario Belliano, op. cit.) ci dice che il termine deriva dalla scorretta divisione della locuzione latina in die Busillis anziché in diebus illis. Ha il valore di problema, nodo della questione, difficoltà. Vs. 14 de’ la anziché della o de la, probabile refuso (cfr. con de l’ al vs. 8 della poesia seguente).