Testamento (C. Crescenzi)

Lasso p’eredi mij li poveretti

Che stanno come me fra li dolori,

Je lascio quer che ció: quattro straccetti

Le scarpe, li cappelli e li tortori.

Si trovate li poveri sonetti.                                                5

Lassateli ammuffi a li tiratori;

che godino li sorci e l’antri insetti

Le mi’ fatiche, er tempo e li sudori.

Si quarcuno se smove a compassione,

De li vecchi che lasso fra le pene,                                    10

Faccia venne pe’ ’n sordo a ’no strillone

Li libri de sonetti ch’ho stampato:

La carta serve, e Dio darà der bene,

Chi co’ ’n sòrdo li vecchi avrà aiutato!

 

 

E tu, Ninetta mia, quanno vierai

A vedemme giù morto, viecce sola;

Quer viso santo nu’ lo scordo mai,

E sippure so’ morto me consola!

Viemme a da’ ’n bacio, vie’, tu ce lo sai                        5

Che l’animo nu’ more e ar celo vola;

Viemme a da’ ’n bacio solo, sentirai

Ridatte ’n bacio e l’urtima parola!

Pija da capo ar letto la crocetta,

E posela sur core addolorato,                                                10

Assieme a la Madonna benedetta!

Porteme poi ’na rosa e la gaggia,

Com’io quaggiù t’ho sempre arigalato,

Li più sciccosi fiori de poesia!

Testamento: sta in I, 11 – 24-25 Giugno 1902. Coppia di sonetti, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Parte I, vs. 3 ció probabile refuso per ciò. Vs. 4 tortori, bastoni, randelli (Chiappini, op. cit.). Vs. 5 il punto è probabilmente un refuso. Vs. 6 ammuffi anziché ammuffì, probabile refuso. Tiratori, cassetti, voce importata dal Piemonte (Chiappini, op. cit.). Vs. 11 sordo cfr. vs. 14 sòrdo. Parte II, vs. 14 poesia trisillabo.

 

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All’ospedale (C. Crescenzi)

I

  • «Er braccio po’ guarì!… ma la ferita

ar petto è fonna… e me fanto male!…

co’ tutto che me l’hanno ricucita,

me pare da sentimmece er pugnale.

 

Famme er piacere a Gi’, si vedi Ghita,                        5

nu’ j’annisconne gnente, e tal’e quale,

dije che sto in pericolo de vita:

j’ho da parlà, che vienghi all’ospedale!

 

Dije, ch’ersangue ’n testa in un momento

m’intesi aribollì!… che j’ho menato                        10

a quer bojaccia vile… e nu’ me pento

 

si pe’ difenne a lei so’ massacrato:

dije che venghi!… morirò contento

se prima de spirà lei m’ha baciato!»

 

II

  • «’Mbè nu’ me dichi gnente de Biacetto?

l’hai visto? come sta?… ma tira via

leveme da ’ste pene… che t’ha detto?…»

  • «Nun ce sta più speranza, Ghita mia,

 

pe’ la ferita grave che ciá ’n petto:                                    5

lui dice che sarà quer che sia,

ma te vo’ arivedè quer poveretto!…

te prega d’annà subbito in corsia»

………………………………………

  • «Guardeme!… parla!… dimme ’na parola

vedi che te sto accanto?… parla Biacio,                        10

qui c’è Ghituccia tua che te consola!…»

 

Er povero malato guardò fisso

l’innamorata sua, je dette ’n bacio

e poi spirò strignenno er crocifisso!

 

III

  • «Biacio!… Biacio!… Madonna me se more!

Biacetto mio risponni!… m’hai parlato?…

… pe’ carità sarvatelo dottore!…»

  • «Ma che je posso fa s’è già spirato!…»

 

– «No!… no!… no!… che je sbatte forte er core,                        5

… vedete che me guarda?!… m’ha baciato!…

la fronte è fredda!… gronna de sudore!…

… è finito!… me l’hanno assassinato!…»

 

Coll’occhi sopra ar morto stette muta,

rimase còrca addosso ar letticciolo                                                10

poi scivolò per tera!… era svenuta!

 

Verso sera, coperto c’un lenzolo,

Biacetto stava lungo ’nde la bara,

e Ghita, pòra Ghita!… a la Longara!…

 

                                    Fiore de spino

Si nun sia mai me venghi fra le mano,

Ce vojo fa la zuppa drento ar vino!

 

                                    Fioretto raro

Tu mi hai mannato in celo er mi tesoro                                    5

Io te manno all’Inferno paro, paro!

 

                                    Fior d’ogni fiore

Me vojo fa passà ’ste pene amare

Si t’arivo a caccià de fori er core!

 

                                    Fior de granato,                                    10

E quanno ’sto lavoro avrò finito

Io volerò da te, Biacio adorato!…

 

                                    Fior de gaggia

Te manna mille baci Ghita tua!…

M’ariccommanno a voi, Madonna mia!                                    15

 

IV

Co’ ’na vocetta chiara e co’ passione,

Ghituccia aripeteva ’sti stornelli,

mentre che je brillava un lagrimone

su quell’occhi turchini, tanto belli!…

 

Doppo detta ’gni giorno l’orazione,                                    5

cantanno e ricantanno sempre quelli,

s’annava a mette a sede in un cantone,

coprennose de rose li capelli.

 

Guardava in mezzo ar celo l’ore e l’ore,

e cantanno, baciava n’abitino                                                10

che teneva anniscosto accanto ar core.

 

Poi come avesse visto er pòro Biacio,

stava alegra, e facenno un bell’inchino,

j’offriva ’n fiore e je tirava ’n bacio!

All’ospedale: sta in I, 19 – 22-23 Luglio 1902. Quattro sonetti e una serie di stornelli. Parte I, schema ABAB ABAB CDC DCD; vs. 5 Ghita, dimin. di Margerita (Chiappini, op, cit.). Vs. 8 vienghi cfr. venghi al vs. 13. Vs. 9 ersangue probabile refuso per er sangue. Vs. 10 aribollì probabile refuso per aribbollì. Parte II, schema: ABAB ABAB CDC EDE; vs. 5 ciá probabile refuso per cià. Vs. 6 ipometro, a meno che non leggiamo lui con dieresi. Parte III, schema: ABAB ABAB CDC DEE; Vs. 4 fa anziché fà. Vs. 14 Longara, vicino al carcere di Regina Coeli, sulla via della Lungara, c’era un manicomio chiamato di S. Maria della Pietà, detto anche dei pazzarelli. Chi vi portasse una persona per il ricovero, riceveva in regalo cento uova fresche (Delli, op. cit., pp. 543-544). Parte IV, gli stornelli hanno il tradizionale schema AbA, con assonanza al vs. 2 e rima tra 1 e 3: sono composti di tre versi, dei quali il primo è un quinario e gli altri due endecasillabi. Vs. 5 mi anziché m’ e mi anziché mi’. Parte IV, schema: ABAB ABAB CDC EDE.

La prima poesia (C. Crescenzi)

1867-1916, impiegato, particolarmente affezionato a temi semplici, quasi patetici, collaborò anche al «Rugantino» e pubblicò alcuni volumi: Parole der côre (1899), Un po’ de sentimento (1901), Sonetti romaneschi (1904) (Possenti, op. cit. vol. I, p. 311).

I

Annavo sempre a vede ’n ber visetto

P’ispiramme, pe’ scrive quarche cosa:

ma appena cominciavo a fa ’n sonetto

lo dovevo strappà: robba nojosa.

 

L’occhi neri, li denti, er sorisetto,                        5

trecce d’oro, labbrucce color rosa,

nun me daveno mai nessun soggetto

pe’ fa ’na strofa nova un po’ graziosa.

 

Ma ’n giorno mentre stavo all’osteria,

mezzo sbronzato a fa ’na passatella,                        10

ecchete ch’entra drento mamma mia.

 

Me se mise vicino e quieta quieta,

colle lagrime all’occhi, poverella,

me guardò fissa… e diventai poeta!

 

II

Je feci un ber sonetto in un momento

co’ tutto er core mio, co’ la passione

e quanno je lo lessi m’arimento,

me dette p’arigalo un ber bacione.

 

Je scrissi che mutavo sentimento                        5

pe’ formamme ’na bona posizione,

ch’a forza de lavoro e de talento

J’avrei dato ’na gran consolazione.

 

E ’nfatti, grazie a Dio, accusì è stato:

do ’n’ajuto a la mejo a mamma mia.                        10

e godo si pe’ lei ho faticato.

 

E mo, dopo un boccone, certe sere,

che je dico la prima poesia,

la pòra vecchia piagne dar piacere!

La prima poesia: sta in I, 3 – 27-28 Maggio 1902. La poesia è preceduta da una piccola nota redazionale: “Con questo numero entra a far parte dei collaboratori il bravo e gentile poeta Cesare Crescenzi. I lettori ci saranno grati di tale acquisto poiché il Crescenzi è uno pei [sic] più forti poeti romaneschi di stile sentimentale e patetico.” Si tratta di due sonetti, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Parte I, vs. 3 fa anziché fà, forse abitudine del poeta (cfr. vs. 10). Vs. 10 passatella, gioco da osteria, consiste nel far girare dei bicchieri di vino tra i giocatori a seconda del volere di chi guida il gioco (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 14 poeta trisillabo. Parte II, vs. 3 m’arimento per sintesi tra me rammento, mi rammento, mi ricordo. Vs. 9 Dio bisillabo. Vs. 12 mo anziché mò.