Introduzione e criteri di edizione

Il MarforioIntroduzione e criteri di1. Scheda descrittiva

«Marforio»: Satirico, umoristico, in dialetto romanesco (dal n. 233 il sottotitolo cambia in Satirici, umoristico, in dialetto romanesco, illustrato e dal n. 255 cambia ancora in Satirico, umoristico, dialettale, illustrato). Il primo numero è datato 17 Maggio 1902 e reca il titolo «Pasquino de Roma»; dal 20 Maggio 1902 (I, 2) al 2 Luglio 1905 (IV, 309) col titolo «Marforio»; cm. 28 X 41 fino al 19 Ottobre 1904 (III, 254); poi cm. 33 X 47 fino alla fine.

Diretto da Edoardo Francati e da Adolfo Giaquinto fino al 20 Dicembre 1902 (I, 63), poi soltanto da Francati fino al 6 Agosto 1904 (III, 233); edito dal conte Gualtiero Raponi. La redazione e la tipografia erano ubicate in via della Guardiola, 15. Un numero costava 5 centesimi, l’abbonamento annuale 5 lire e l’abbonamento semestrale 2,50 lire.

I numeri singoli sono composti di 4 pagine non numerate, i numeri doppi di 8 pagine non numerate. Sotto l’intestazione c’è il seguente motto: Marforio co’ la lingua cuce e taja / Pe puncicà li ladri e la canaja. Usciva il mercoledì e il sabato; dal 12 Dicembre 1902 (I, 43) al 26 Giugno 1903 (II, 82) uscì il giovedì e la domenica, poi di nuovo il mercoledì e il sabato; dal 18 Febbraio 1905 (IV, 289) uscì solo il sabato.

Accanto al titolo, sulla sinistra, c’è una vignetta che rappresenta un gruppo di persone in costume d’epoca intente a leggere i versi affissi sotto la statua di Pasquino. Ogni numero, nelle pagine centrali, contiene un’illustrazione (satirica o commemorativa, legata a eventi del Risorgimento o alla politica più recente, nazionale o locale), a colori o in bianco e nero (per la maggior parte sono di Enrico Rivalta, come ci informa Chierici, pp. 292-297). Le pagine si compongono di quattro colonne arricchite da disegni. Ogni numero è corredato da: rubrica delle cose cestinate, brevi notizie relative alle programmazioni delle sale teatrali, giochi enigmistici, tabella degli orari del treno Roma – Tivoli, uno spazio per la corrispondenza dell’editore e per la pubblicità a pagamento, alcuni trafiletti illustrati dedicati a fatti di cronaca.

Pubblicava poesie e romanzi a puntate, in dialetto e in italiano. Bandiva ogni anno un concorso poetico-musicale a premi in occasione della festa di S. Giovanni, dedicando i numeri doppi ai testi e agli spartiti musicali delle canzoni premiate (la sezione poetica era distinta da quella musicale).

Dal 23 Novembre 1904 (III, 264) al 7 Dicembre 1904 (III, 268) compare una rubrica intitolata«Il piro fregato. Organo sfiatato della Ditta Ferri Vecchi e Compagni. Esce all’alba, appena spunta il sole… dell’avvenire!». Al centro c’è una caricatura di Enrico Ferri (1856-1929), deputato socialista sconfitto alle elezioni amministrative del 1904, rappresentato nelle vesti di un pavone circondato da fiaschi di vino. Il Ferri è stato anche direttore dell’«Avanti» dal 1904 al 1908. La pagina satirica era sostenuta dall’On. Felice Santini, senatore cattolico e conservatore (vd. Deputati, s. v. Santini), e contiene esclusivamente componimenti burleschi.

Dal 17 Dicembre 1904 (III, 271) appare una nuova rubrica intitolata «Fornarina»: dedicata alle donne, contiene esclusivamente poesie sentimentali. Accanto al titolo, sulla sinistra, c’è una riproduzione fotografica dell’omonimo dipinto di Raffaello. Entrambe le rubriche hanno numerazione autonoma.

2. Cenni storici

Il nome Marforio deriva da quello della famosa statua parlante collocata nella piazza del Campidoglio a Roma (vd. Delli, soprattutto la bibliografia). Il Bragaglia, in un suo libro sulle maschere romane, ci dice inoltre che Marforio è anche il nome di una “maschera carnevalesca” apparsa in qualche commedia popolare, a volte anche in compagnia delle altre tre statue parlanti: Pasquino, Madama Lucrezia e Abate Luigi (Bragaglìa, p. 473).

Nel repertorio dei periodici romani del Novecento della Molinari (1977) non ci sono schede dedicate al «Marforio», mentre due riviste con lo stesso nome si trovano nel repertorio relativo ai periodici dell’Ottocento (Molinari 1963), l’una del 1870 e l’altra del 1883: entrambe pubblicavano poesie in dialetto e in italiano, ed hanno avuto, sembra, vita breve.

Di Gualtiero Raponi, editore del nostro «Marforio», non sono riuscito a reperire alcuna notizia, se non che fu direttore e proprietario dell’ultima serie ottocentesca del quotidiano «La Capitale». Anche la rubrica «Fornarina» ha avuto un precedente: un giornale omonimo fondato nel 1882, a cui collaborò Giggi Zanazzo.

Prima di fondare il «Marforio», Adolfo Giaquinto e Edoardo Francati tentarono altre strade. Collaborarono dapprima, insieme a Nino Ilari (vd. sotto), al «Rugantino», fondato da Giggi Zanazzo nel 1887, fino al 1897, quando Zanazzo lasciò la testata a causa di contrasti con il suo editore, Perino. Subito fondò il «Rugantino de Roma», col quale si procurò una citazione per plagio dallo stesso Perino. Chiuso il nuovo esperimento, Zanazzo e Giaquinto, sempre nel 189.7, diedero vita al «Casandrino», per arrivare, nel 1898, ad un accordo con Perino e alla fusione delle due testate: nacque così il «Rugantino e Casandrino». Tutti questi giornali pubblicavano poesie in dialetto, articoli, bozzetti e curiosità. Ma la principale novità introdotta da Zanazzo e Giaquinto fu la rubrica dedicata alle canzonette di S. Giovanni, elemento che ricorrerà costantemente in tutta la storia del «Marforio».

Nel frattempo il Francati si diede alla collaborazione con l’«Orazio Coccola», fondato da Nino Ilari e attivo dal 1894 al 1896.

Molti dei personaggi che compongono questa raccolta, allora collaboravano a molte testate diverse (si vedano le note biografiche). Basterà poco per mostrare il notevole livello di interscambio culturale e sociale che vivacizzava la stampa romana di allora: in una rivista come quella di cui mi occupo qui, si trovano firme di professori come Graf, di poeti come Trilussa, Corazzini e Zanazzo; e allo stesso tempo molti verseggiatori ora dimenticati allora scrivevano anche su testate locali di rilievo, ottenendo un riscontro di pubblico non indifferente. Non per ultimi vengono tre poeti che dopo qualche anno aderiranno al Movimento Futurista: Umberto Bottoni, Remo Mannoni e Omero Vecchi.

Per fare una rapida panoramica su questa realtà, elenco qui di seguito i titoli di alcuni periodici, quasi esclusivamente romani, in ordine cronologico di fondazione, e per ognuno indico i relativi collaboratori (rinvio comunque a Molinari 1963 e 1977).

Periodici citati nell’antologia e relativi collaboratori:

«Il Tribuno» (1870): Adolfo Giaquinto.

«Il Messaggero» (1878): Augusto Casali, Edmondo Corradi, Temistocle Della Bitta, Luigi Benvenuti (pseud. “Er Duchino”), Adolfo Giaquinto, Romolo Lombardi, Carlo Mariotti, Bixio Ribechi, Guido Vieni.

«Fanfulla» (1879 0 1900): Carlo Mariotti (non menzionato in nessuno dei due repertori della Molinari).

«La Tribuna» (1883): Adolfo Giaquinto (non menzionato).

«Rugantino» (1887): Enrico Anzuini, Pietro Bellonì, Luigi Benvenuti (pseud. “Er Duchino”), Alberto Bonacci, Augusto Casali, Vincenzo Cecchetti, Cesare Crescenzi,Michele D’Antoni, Sante Ferrini, Alfredo Gioia, Alfredo Girelli, Nino Ilari, Romolo Lombardi, Carlo Marìottì, Bixio Ribechi, Anacleto Rinaldi, Augusto Terenzi, Giulio Venturi.

«L’Unione Sarda» (1888): Carlo Mariotti.

«Il Mattacchione» (1891): Adolfo Giaquinto, Nino Ilari.

«Ghetanaccio» (1893): Luigi Benvenuti, Vincenzo Cecchetti, Adolfo Giaquinto (oltre a Guelfo Civinini e Gabriele D’Annunzio).

«Orazio Coccola» (1894): Edoardo Francati, Nino Ilari.

«Ghetanaccio de Borgo» (1897): Luigi Benvenuti, Vincenzo Cecchetti.

«Travaso delle idee» (1900): Giuseppe Martellotti (pseud. Guido Vieni) e Bixio Ribechi (non menzionati).

«Il Giornale d’ltalia» (1901): Augusto Casali.

«Cyrano de Bergérac» (1901): Edmondo Corradi, redattore responsabile.

«Avanti! della domenica» (1903): Edmondo Corradi.

«Er Gattello» (1903): Pietro Corona; Enrico Brizzi, Alfredo Cerroni (pseud. “Er Gattello”), Michele D’Antoni, Romolo Lombardi, Toto Majolini, Ugo Ragni (non menzionati).

«Er Marchese der Grillo» (1907): Vincenzo Cecchetti, Alfredo Cerroni (in qualità di direttore del giornale e presidente della Lega Romana per la Cultura Dialettale), Romolo Lombardi, Anacleto Rinaldi.

«Frugantina» (1911): Romolo Lombardi e Alfredo Cerroni redattori, Augusto Casali (quest’ultimo non menzionato).

«Don Chisciotte» (1922): Giuseppe Martellotti (non menzionato).

Dei seguenti periodici non ho reperito alcuna notizia:

«Er Conte Tacchia», «Meo Patacca», «Mannaggia la Rocca», «Folchetto», «Valigia», «Primo Vere», «L’Amico Cerasa», «Er Circolo», «Pasquino de Roma».

3. L’antologia

Dopo aver condotto approfondite ricerche in molte biblioteche romane, pubbliche e private, e nei patrimoni librari di alcuni musei, mi sono dovuto fermare all’unica collezione reperibile del periodico, quella della Biblioteca Universitaria Alessandrina (collocazione: Eff. E. 28).

Collezione lacunosa in più punti, come rivela l’elenco dei numeri mancanti che riporto qui di seguito.

I, 1 (col titolo «Pasquino de Roma»)

I, 2 (presenti solo due pagine, manca il frontespizio)

I, 21

I, 22

I, 25

II, 169

II, 172 (presenti solo due pagine, manca il frontespizio)

III, 205

III, 222

III, 245

III, 247

III, 256

III, 272

IV, 276

IV, 277

IV, 286

IV, 287

IV, 300

IV, 307

Gli unici saggi che si occupano marginalmente di questo periodico sono quello di Aldo Chierici e il catalogo della mostra Voci di Roma (vd. elenco opere citate). Eppure, molti elementi mi inducono a ritenere che all’epoca questo fosse un giornale tutt’altro che marginale, anzi molto diffuso tra la gente di popolo. Basta guardare come nella sua evoluzione aumenti lo spazio dedicato alla pubblicità. Inoltre, molti dei collaboratori erano operai, contadini e rappresentanti della piccola borghesia, impiegati, studenti, piccoli commercianti, molti dei quali pubblicarono anche piccole raccolte di versi. Quindi il totale silenzio che grava su questo come su altri periodici romani di allora sembra ingiustificato.

Con questa raccolta, che ha quasi le caratteristiche di una riesumazione e rievocazione che cade nel centenario del «Marforio», vorrei dare un contributo alla storia linguistica locale: i testi infatti sollevano notevoli problemi relativi alle trasformazioni che coinvolgono lingua e dialetti agli inizi del XX secolo.

In particolare, i componimenti in dialetto possono darci un quadro di quello che era il romanesco che si parlava allora: inquinato da un italiano che cerca di farsi largo a partire proprio dagli uffici che costituiscono il nucleo amministrativo della nazione unificata da soli trent’anni, e che si scontra con i molti dialetti in uso tra gli immigrati in cerca di lavoro provenienti un po’ da tutta Italia (soprattutto centro-meridionale), e non ancora soppiantati dall’idioma nazionale.

Una delle invenzioni che più di tutte colse lo spirito linguistico del tempo, pasolinianamente mimetica, fu il cispatano di Adolfo Giaquinto (vd. sotto).

Uno spoglio lessicale approfondito (lavoro qui appena accennato e che rinvio ad uno studio più dettagliato che auspico di realizzare in seguito) forse dimostrerebbe quanto alcuni grandi autori allora contemporanei plasmassero già gli usi linguistici di questi poeti minori, e come altri grandi del passato fossero recuperati e riletti.

Un aspetto non meno interessante è costituito dai numerosi dati storico-sociali che ricaviamo da questi componimenti: un ritratto vivo di quella che era la vita popolare di allora, di abitudini culturali lentamente avviatesi verso il cambiamento (l’apertura verso l’estero, una nuova concezione della donna e del suo ruolo sociale, i primi dibattiti su leggi importanti come quella sul divorzio, il rapporto tra Stato e Chiesa, il progressivo mutare del clima politico visto attraverso le oscillazioni dell’orientamento del giornale tra populista e conservatore, ecc.).

Nel mettere insieme la presente silloge, ho cercato di dare spazio a tutte le voci poetiche presenti nel periodico: voci intese non come firme (che sarebbe stata impresa eccessivamente lunga e tutto sommato ripetitiva nei risultati), ma come generi: dalla satira politica, alla macchietta popolare più o meno edificante, alla poesia d’amore sia beffarda e furbesca che idealistica e sdilinquita; dalla poesia d’occasione, alla poesia patriottica, commemorativa e melodrammatica, dagli sprazzi populistici e irriverenti agli affondi conservatori e tradizionalistici, dalla lirica al poemetto.

I criteri che hanno guidato la scelta riguardano anche le forme metriche: il sonetto è largamente rappresentato, ma non mancano sestine, quartine, stornelli e versi liberi.

È interessante notare, leggendo alcune rubrichette marginali, la vivacità di un certo impegno critico che animava i redattori del «Marforio»: impegno teso non solo ad escludere poesie a carattere pornografico o violento (lo scopo era infatti quello di fare un giornale adatto a tutta la famiglia, secondo quanto sostiene Chierici), ma anche a bacchettare i frutti di uno sdilinquimento smanceroso insopportabile. Attenzione comunque a non sovrapporre il nostro giudizio critico a quello dei lettori di cento anni fa: più avanti troveremo brani che ai nostri occhi potrebbero contraddire questo impegno critico. Per chiudere, si prenda come esempio negativo la seguente poesia, di un certo M. Bartolotti.

Dolore!

 

Mentre tu giaci nel verginal tuo letticciolo

Il Cielo ha il tremolio d’astri gemmati.

È mezzanotte e l’orologio di Castelnovo

Farà sentire i suoi rintocci cadensati?

 

Tutto è silenzio e risuona malinconia,  5

Fisso la luna in ciel pallido tanto,

E pensando a te Beatrice mia

Gli occhi mi si bendano di pianto.

 

Forse tu dormirai! Nel son profondo

Almeno troverai pace e riposo 10

Così non è di me! Io sospiro dal cuore in fondo

E penso, Beatrice mia, quando ti sarò sposo

Dolore: sta in l, 51 — 9 Novembre 1902. Tre quartine di versi anisosillabici, schema: ABAB CDCD EFEF.

4. rintocci cadensati [sic].

9. son: apocope sillabica di sonno.

La nota redazionale che la segue recita cosi: “Tristi tempi! Come se non bastasse che il Cielo patisce il tremolio d’astri, anche l’orologio di Castelnovo si permette di far rima con letticciolo! Sfido poi che per un pover’uomo udendo di quest’infamie sospira dal cuor in fondo! Ed i sospiri che stanno in fondo sono i più pericolosi! Oh, se lo sono!”.

CRITERI DI EDIZIONE

Il lavoro che presento è impostato secondo i criteri dell’edizione diplomatica. Mancano infatti quegli elementi utili anche solo ad approssimarsi ad una qualsiasi certezza circa l’usus scribendi di questi autori, e quindi a realizzare un’edizione critica.

Di ogni testo riporto: il titolo nella sua forma originale (tranne che per quei caratteri che mi è impossibile riprodurre con il computer); il corpo della poesia nel rispetto delle spaziature versali e interstrofiche, e nel rispetto il più completo possibile delle apparenze del testo. A piè di ogni poesia ho dato spazio a note di commento che includono: collocazione nel «Marforio»; schema metrico e rimico; note ai versi numerate in grassetto e incolonnate. Le note riguardano fatti testuali notevoli, chiarimenti extratestuali, traduzione di alcuni termini dialettali, fatti linguistici particolarmente rilevanti, eventuali integrazioni (nei rari casi di illeggibilità dovuta al deterioramento del supporto cartaceo o a un vuoto tipografico).

In quattro casi ho potuto confrontare i testi con le rispettive edizioni in volume: per quanto riguarda Giggi Zanazzo e Arturo Graf ho riportato le poesie per intero, indicando in nota le varianti; per Corazzini e Trilussa ho riportato solo quei versi che hanno subito rielaborazioni (dando le varianti in nota). Questa scelta si giustifica col fatto che dei primi due non disponiamo di edizioni recenti, al contrario degli ultimi due (vd. elenco delle opere citate).

Nelle note, ho citato le opere consultate in forma abbreviata. Nei casi di dizionari, indici, elenchi e simili, la citazione è seguita dalla sigla s. v. (sub voce): dove non specificato, il rinvio è al lemma di base.

Legenda dei segni diacritici usati nelle note di commento:

—> Passaggio dall’edizione in rivista all’eventuale edizione in volume.

v Dialefe d’eccezione.

< > Integrazioni congetturali proposte nei casi di illeggibilità dovuta al deterioramento del supporto cartaceo o nei casi di vuoto tipografico.

[sic] Uso questa indicazione privandola del valore ironico che di solito le si attribuisce: me ne servo, infatti, solo per sottolineare quei casi isolati per i quali è impossibile e pretenzioso distinguere se si tratta della volontà del poeta, di una sua distrazione o ancora di un refuso.

Valerio Cruciani

 

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