Fornarina (G. Zanazzo)

Nato a Roma il 1 gennaio 1860, prese il diploma da ragioniere e lavorò come perito contabile. Per seguire la propria inclinazione letteraria, si fece assumere dalla biblioteca “Vittorio Emanuele”, dedicandosi alla poesia. Scrisse molto, firmandosi anche con pseudonimi (Marco Pepe, Abbate Luviggi, Giggi, Miodine). Fondò e diresse il «Rugantino» dal 1887 al 1897, pubblicando molte poesie rimaste sparse, qui e su altri periodici dialettali romani. Le raccolse il figlio Alfredo tra il 1921 e il 1923. La sua ispirazione poetica andava dal sentimentale, alla satira e all’umorismo. Si dedicò anche al teatro in vernacolo e allo studio del folklore della sua città. Morì nel 1911 (Possenti, op. cit. vol. I, pp. 559-561).

Pe’ santa Dorotea,

passata ’na piazzetta,

se trova a manimanca

’na casetta.

 

Cià mezz’in fôra er tetto;                                                5

e cià ’na finestrella

curiosa: fatt’archetto;

carinella.

 

Qui ciabbitava, donne,

la bella fra le belle,                                                            10

ch’aveva dato er core

a Raffaelle.

 

Tresteverine mie, quanno passate

davanti a quela casa affortunata,

m’ariccommanno a voi, nu’ je negate                        15

un bacetto, un saluto, ’na guardata.

Lodato sii Trestevere beato,

che pe’ ’gni donna un angelo cià dato!

 

Però ’sta casettina,

a manimanca,                                                                        20

prima cusì nun èra

nera nera,

ma bianca bianca.

 

E for de la finestra,

piantat’in un vasetto,                                                            25

ce stava un ber fioretto

de ginestra.

 

 

Quattrocent’anni fa, verso quell’ore

che le mi’ care tresteverinelle,

se ne stanno pe’ strada a fa’ l’amore,                                    30

sin’a l’ora che spunteno le stelle,

e che fra quer bisbijo e que’ rumore,

e fra quele risate scrocchiarelle,

pareno ’na manata d’ucelletti

che passa e riempie l’aria de fischietti,                        35

da ’na vocetta, com’un campanello

se sentiva cantà ’st’aritornello:

 

Fior de viole,

dicheno che so’ bella: che me vale,

si campo com’un fiore senza sole?                                    40

 

Belle verbene,

perchè nu’ me so’ intesa incora dine:

«Margherituccia mia, te vojo bene?»

 

Fiore de riso,

dicheno che so’ un angelo e so’ sceso…                        45

iudovinate un po’? dar paradiso.

 

Ma che me vale,

si campo com’un fiore senza sole,

si ’sta vita che fò la trovo un male?

 

 

Pe’ quela strada, mentre lei cantava,                                    50

un angelo passava;

s’arivortò, la vidde, e lì, pe’ lì,

se n’invaghì.

 

 

Da quer giorno la bella fra le belle,

se died’anima e core, a Raffaelle.                                    55

 

Fior de graziòla,

un angelo da celo fece vela,

pe’ fanne, de du’ anime, una sola.

………………………………………..

E de for de la finestra,

ce restò sol’er vasetto;                                                60

quela povera ginestra,

trascurata se seccò.

 

 

Fior de viole,

un core senz’ amore è talecquale

a un fiore senz’un friccico de sole!                                    65

Fornarina: sta in III, 271 – 17 Dicembre 1904. Il componimento inaugura l’omonima rubrica poetica. Si tratta di un misto di quartine di tre settenari e un quaternario, strofe di endecasillabi e stornelli. Gli schemi rimici variano, per cui li indicherò di volta in volta. Nell’ed. in volume (Zanazzo, Poesie, op. cit., vol. 2, p. 323-325) è datata 28 marzo 1883, in occasione del quarto centenario della nascita di Raffaello Sanzio. C’è un’epigrafe che fa: Donna bedda senza amuri,/ È ’na rosa fatta in cira;/ Senza vezzi, senza oduri,/ Chi nun veggeta, ni spira. Firmata C. Meli, Idilîu, 1. Cè una lunga nota che spiega l’ipotizzata relazione tra il ritratto eseguito da Raffaello e Margherita Luti, figlia di un fornaio senese che abitava, secondo tradizione, in via di S. Dorotea, e della quale divenne l’amante. Sempre in volume, pp. 326-328, c’è la traduzione in siciliano fatta dallo Zanazzo stesso, datata 1 ottobre 1884.

Vs. 1-12 quartine di tre settenari e un quaternario, schema: ABCb. Vs. 7 in volume: fatt’a archetto. Vs. 9 in volume: ci abbitava. Vs. 11 in volume: dat’er core. Vs. 13-18 strofa di sei endecasillabi (terzine), schema: ABA BCB. Vs. 17 beato trisillabo. Vs. 18 in volume: ‘n angelo. Vs. 19-23, schema: AbCcb. Vs. 19 e 21 settenari; vs. 20 e 23 quinari; vs. 22 quaternario. In volume gli ultimi tre versi diventano: prima prima nun era/ accusì nera,/ ma invece tutta bianca. Vs. 24-27, schema: ABBa. Vs. 24-26 settenari; vs. 27 quaternario. Vs. 28-37 strofa di endecasillabi, schema: ABA BAB CC DD. Vs. 29 in volume: trasteverinelle. Vs. 33 quele, in volume: quelle. Vs. 36 in volume manca la virgola. Vs. 38-49 stornelli. Vs. 42 incora probabile refuso per ancora. Vs. 50-53 due endecasillabi alternati a un settenario e ad un quaternario, schema: AaBb. Vs. 54-62 due endecasillabi, uno stornello e una strofa di ottonari, schema: AA; AbA; ABAC. Vs. 55 Raffaelle quadrisillabo. Vs. 58 dialefe tra du’ anime o anime, una. Vs. 59 de for, in volume: defor. Vs. 62 in volume c’è una virgola dopo trascurata. Vs. 63-65 stornello.

Er panorama der Giannicolo (Parla un vetturino a un forestiere) – E. Giovannini

Guardi musiù s’affacci ar murajone,

Si vò vedè ’na cosa origginale,

Guardi che qui è la mejo posizzione

Pe’ gode la veduta generale.

 

Appunti, appunti bene er cannocchiale;                                    5

Quello è Castello… quello e’ ’r Cuppolone,

Quer palazzone grosso è ’r Quirinale

Er Tevere? – Laggiù que’ lo striscione…

 

… Che ne dice Musiù? – C’est très-joli!

Adesso già che a lei je piace tanto             10

Guardi da questa parte, guardi qui:

 

Questa è Reginaceli e lì, stii attento,

Lo vede è ‘r Manicomio? E quasi accanto

Tra questi due se trova er Parlamento…

Er panorama der Giannicolo: sta in I, 53 – 16 Novembre 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 1 musiù storpiatura dialettale del fran. monsieur. Vs. 9 Musiù con la maiuscola probabile refuso; très-jolie il trattino è forse fraintendimento del poeta.

Verità – A. Gioia

Alfredo Gioia. 1874-1933, idraulico, collaborò anche a «Er Conte Tacchia» e a «Rugantino» (il Possenti non dà invece notizia della sua collaborazione al «Marforio» (Possenti, op. cit. vol. I, p. 379).

È mezzo giorno, e giù pe’ porta Pia,

Giulio er facocchio e Nino er SAGRESTANO

stanno a litigà drento l’osteria

co’ tanto de cortello uperto in mano!

 

La gente aridunata pe’ la via                                                5

cerca ’na guardia, che starà lontano

senza caricatura un par de mija

Mentre que’ le du berve piano piano.

 

S’infocheno de più. «Si tu ci hai core

je dice Giulio, eh sorte viè’ de fora                                    10

invece de sta lì tanto a discore.»

 

E come du pantere inferocite

s’attaccano pe’ strada a cortellate

tra l’urli de le donne impaurite.

………………………………

………………………………

 

Er fatto, è fatto!… er corpo der facocchio

sta steso irrigidito sur serciato

er sangue score e forma un corpo d’occhio

che si lo guardi resti disgustato!…

 

Intanto le donnette fanno un crocchio                        5

ariccontanno er fatto com’è stato.

Du’ monichelle stanno li ’nginocchio

preganno per quer poro disgraziato.

 

………………………………..

………………………………..

 

Doppo un par d’ora un bravo delegato

Come un avutomobbile a benzina                                    10

viè lì corenno tutto trafetato,

 

E pe’ fa er bullo aresta un po’ de gente

trattandola da boja e d’assassina…

e mette drento chi nu’ ne sa gnente!…

Verità: sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Coppia di sonetti, schema: ABAB ABAB CDC EFE e ABAB ABAB CDC EDE. Parte I, vs. 1 mezzo giorno invece di mezzogiorno. Vs. 2 facocchio, carrozziere, fabbricante di carri (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 8 Mentre la maiuscola è probabilmente refuso, così come il punto in fine verso.

IN TRIBUNALE Interrogatorio di una guardia – A. Giaquinto

Allorquando arrestaste l’imputato

Egli vi minacciò? – Sicuramende.

Che vi disse? – Te piglia n’accedende

A te, e quanta pulenda sei magnato.

 

Il coltello l’avea sempre impugnato?             5

E comme lu’mbegnava a quel mumende?

A mezzanotta, signor prisidende,

Lu Monde de Piatà già sta ’nzerrato.

 

E la pubblica voce che diceva

Addò? – Dove, sul luogo dell’azione!             10

Lu loche a quella strata nun ce steva.

 

Ma cosa dite? Cosa affastellate?!

’I nu’ le saccia tanta ’nfurmazzione

Perché nu l’addomande al tillicate?

In tribunale: sempre in I, 10 – 20-21 Giugno 1902. Sonetto, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Vs. 8 Monde de Piatà, n.d.a.: “Monte di Pietà”. Vs. 11 loche, equivoco comico: in abruzzese loche significa anche cesso (Gennaro Finamore, Vocabolario dell’uso abruzzese, Forni editore, Bologna 1967, prima ed. 1893, pp. 321). Vs. 13 ’I probabile refuso per I’. Vs. 14 tillicate, n.d.a: “Delegato”.

A proposito de li scheletri trovati a la Rotonna (M. D’Antoni)

Ammappeli e che straccio de corata

che ciaveveno que’ li du’ norcini:

attaccaveno l’ommeni a l’ancini

come se fa a ’na bestia macellata.

 

La carne umana doppo stritolata                        5

l’insaccaveno, e li, que’ l’assassini

faceveno sarcicce, codichini,

vennennola pe’ carne prelibbata.

 

Saranno stati boja anticamente

a mettese a insaccà la carne umana:                        10

però so’ più bojaccia ’nder presente.

 

Perchè mò ce sò certi amico caro,

che ar posto de’ la carne un po’ cristiana,

Ce schiaffeno er cavallo cor somaro!!

A proposito de li scheletri aritrovati a la Rotonna: sta in IV, 308 – 1 Luglio 1905. Sonetto, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Anche il Delli (op. cit., p. 832) conferma la notizia circa l’uso di alcuni macellai, che lavoravano nel mercato che sorgeva di fronte al Pantheon, di trattare carne umana per i propri prodotti. Vs. 3 ancini, ganci da macelleria, uncini.

Cambianno cammeriera (S. Culasso)

Conosco solo le date di nascita e di morte: 1881-1915 (Possenti, op. cit. vol. I p. 97).

I.

 

Dunque, stamme a sentì che in un momento

Te faccio la consegna der servizio:

Prima de tutto qui ce vô giudizio

E ’na presetta puro de talento.

 

Ce sta ’r padrone, un vecchio un po’ scontento,                        5

Ch’à perso er pelo… ma cià ancora er vizio

De fa li giôchi… e vô stà in esercizio…

Cusì tu chiude ’n occhio… e lui è contento.

 

Pe’ gnente, già se sa, nun se fà gnente

E tu nun dubbità che ’sto padrone                                                10

Pe’ ’sti servizi è assai riconoscente.

 

E co’ tutto che lui ce faccia er tosto

A dillo in confidenza, ’sto babbione,

E’ tutto quanto fume e gnente aròsto!

 

II.

 

In quanto ar signorino, ch’è ufficiale

E mò tra giorni passerà tenente,

E’ bono, nun s’impiccia mai de gnente

E come lui nun ce n’è ’n antro eguale.

 

Certo mica è stàtuva de sale…                                                5

E si me vede sola certamente

M’ammolla quarche bacio… io, veramente,

Lo lasso fà, tanto che c‘è de male.

 

 

Da quanno che l’amante sta a Milano

Lui smagna, fa pijà ’r dolor de panza,                                    10

Tiè sempre er campanello fra le mano.

 

Sòna… poi manco lui lo sa ’r perchè:

Er giorno chiama sempre l’ordinanza

Mentre la notte sòna sempre a me!

 

III.

 

Ah, nun parlamo poi de la signora,

Chè quella è propio bòna, bòna assai,

Lei nun se sente, nun se vede mai,

Viva la faccia sua, perdinanora.

 

Tra giorni pare che se ne va fòra,                                                5

Va da l’amico suo chè, capirai,

Adesso a Roma vive tra li guai

Sola, senza de lui e ce s’accòra.

 

Ma stanno sempre in gran corisponnenza…

E de le lettre io so’ incaricata,                                                10

Sarò porta-pollastri… mbè, pazienza.

 

Questo è ’n servizio fòr de l’ordinario

Cusì quanno me paga la mesata

Je metto in conto lo strasordinario!

 

IV.

 

Mò lei s’è messa drento un Comitato

D’òmmeni a scopo de beneficenza:

E tutto er giorno lei ce l’à occupato

A lègge e scrive la corisponnenza.

 

E, capirai, ne viè de conseguenza                                                5

(P’er gran lavoro che mò cià addietrato)

Ch’à messo un giorno fisso destinato

A riceve chè nun pô fanne senza.

 

E dalle tre sino all’avemmaria

Der martedi, si lei nun è indisposta,                                                10

Riceve solo l’aristocrazia.

 

Mentre der Comitato suo d’onore

(M’à dato ’sta consegna propio apposta)

Li membri l’ariceve a tutte l’ore!

 

V

Drento ’sta casa ognuno cià un partito,

Ognuno qui sprofessa un ideale:

Presempio la signora è libberale

E vô la libbertà… sinnò è fenito.

 

Cusì nun va d’accordo cor marito,                                                5

Er quale invece è tutto crelicale,

Nun pò sentì parlà der Quirinale

E guai a ricordajelo ’sto sito.

 

Er signorino, invece, è rëalista,

Er côco – dice lui – è ‘ntransiggente,                                    10

Mente ch’er cammeriere è socialista.

 

Cusì pe’ fa contenti ’sti signori,

Ch’ognuno cià ’na tinta diferente,

Io n’ho fatte de tutti li colori!

 

VI

La paga è poca: trenta lire ar mese,

Ma si una se sa bene ariggiràsse

C’è sempre la magnera d’aranciasse

Facenno un po’ de gresta su le spese.

 

Eppoi bisogna sempre fà l’ingrese                                                5

E sapè puro bene aripassasse

Padroni, padroncini e pe’ spicciasse

Mannàli tutti quanti a quer paese.

 

Bisogna sarvà sempre capra e càvoli,

E dì de o de no come fa giòco,                                                10

Contenta tutti… sempre pe’ li pàvoli.

 

Tu tiètte ’sti consiji bene a mente,

Poi lassa annà li scrupoli e co’ poco

Tu te farai la dòte onestamente!

Cambianno cammeriera: sta in I, 24 – 8-9 Agosto 1902. Sei sonetti, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Parte I,vs. 3 indica sia apocope sia monottongamento del dittongo uo (cfr. Parte I, vs. 7, Parte IV, vs. 8). Vs. 7 giôchi probabile refuso per giochi.

Parte II, vs. 5 dialefe tra mica è. Parte III, vs. 10 dialefe tra lettre io. Lettre, forma sincopata derivata dal francese, diffusa già nel Petrarca. Parte IV, vs. 9 avemmaria, preghiera che le donne recitavano la sera. Parte V, vs. 2 ideale quadrisillabo. Vs. 4 fenito anziché finito, anafonesi della protonica frequente nel romanesco e in altri dialetti del centro. Vs. 6 crelicale anziché clericale, metatesi caratteristica del dialetto romanesco. Vs. 8 dialefe tra guai a. vs. 11 il paolo è una antica moneta della Roma papalina, chiamata così dal volto di S. Paolo che recava su uno dei lati. Aveva il valore di cinque baiocchi (Chiappini, op. cit.).

Er vino tascabbile (M. D’Antoni)

1876-1927, droghiere, collaborò anche a «Er Gattello», «Er Conte Tacchia», «Rugantino». Nel 1905 pubblicò una raccolta di sonetti presso la Tipografia Aureliana, e nel 1923 pubblicò la raccolta La pupa, presso la Tipografia Pinci e Brocato (Possenti, op. cit. vol. II p.659). Il Veo (Poeti romaneschi, op. cit.) ci dice inoltre che spesso si firmava con lo pseudonimo di Er drojere e così firmò una Raccolta di 50 sonetti satirici e umoristici in dialetto romanesco pubblicata nel 1905 presso la Tip. Aureliana.

Chi legge dice: E’ matto ’st’accidente

o s’è scolato già quarche fojetta?

Er vino senza quarche recipiente

nun te ce stà, ce vo’ la su’ boccetta.

 

Eppuro un benzinaro, assai valente,                        5

ha ritrovato mo’ ’na macchinetta

che co’ un calore forte, assai bullente

trasforma er vino in una tavoletta.

 

Un bevitore ne pia un pezzettino.

lo squaja dentro l’acqua, lo smucina,                        10

lo beve e s’imbriaca co’ quer vino.

 

Dicheno che nu’ noce quela sborgna,

a petto a ’st’inventore de benzina

Marconi è diventato ’na carogna!

Er vino tascabbile:sta in III, 174 – 13 Gennaio 1904. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 9 il punto è probabilmente un refuso.

All’ospedale (C. Crescenzi)

I

  • «Er braccio po’ guarì!… ma la ferita

ar petto è fonna… e me fanto male!…

co’ tutto che me l’hanno ricucita,

me pare da sentimmece er pugnale.

 

Famme er piacere a Gi’, si vedi Ghita,                        5

nu’ j’annisconne gnente, e tal’e quale,

dije che sto in pericolo de vita:

j’ho da parlà, che vienghi all’ospedale!

 

Dije, ch’ersangue ’n testa in un momento

m’intesi aribollì!… che j’ho menato                        10

a quer bojaccia vile… e nu’ me pento

 

si pe’ difenne a lei so’ massacrato:

dije che venghi!… morirò contento

se prima de spirà lei m’ha baciato!»

 

II

  • «’Mbè nu’ me dichi gnente de Biacetto?

l’hai visto? come sta?… ma tira via

leveme da ’ste pene… che t’ha detto?…»

  • «Nun ce sta più speranza, Ghita mia,

 

pe’ la ferita grave che ciá ’n petto:                                    5

lui dice che sarà quer che sia,

ma te vo’ arivedè quer poveretto!…

te prega d’annà subbito in corsia»

………………………………………

  • «Guardeme!… parla!… dimme ’na parola

vedi che te sto accanto?… parla Biacio,                        10

qui c’è Ghituccia tua che te consola!…»

 

Er povero malato guardò fisso

l’innamorata sua, je dette ’n bacio

e poi spirò strignenno er crocifisso!

 

III

  • «Biacio!… Biacio!… Madonna me se more!

Biacetto mio risponni!… m’hai parlato?…

… pe’ carità sarvatelo dottore!…»

  • «Ma che je posso fa s’è già spirato!…»

 

– «No!… no!… no!… che je sbatte forte er core,                        5

… vedete che me guarda?!… m’ha baciato!…

la fronte è fredda!… gronna de sudore!…

… è finito!… me l’hanno assassinato!…»

 

Coll’occhi sopra ar morto stette muta,

rimase còrca addosso ar letticciolo                                                10

poi scivolò per tera!… era svenuta!

 

Verso sera, coperto c’un lenzolo,

Biacetto stava lungo ’nde la bara,

e Ghita, pòra Ghita!… a la Longara!…

 

                                    Fiore de spino

Si nun sia mai me venghi fra le mano,

Ce vojo fa la zuppa drento ar vino!

 

                                    Fioretto raro

Tu mi hai mannato in celo er mi tesoro                                    5

Io te manno all’Inferno paro, paro!

 

                                    Fior d’ogni fiore

Me vojo fa passà ’ste pene amare

Si t’arivo a caccià de fori er core!

 

                                    Fior de granato,                                    10

E quanno ’sto lavoro avrò finito

Io volerò da te, Biacio adorato!…

 

                                    Fior de gaggia

Te manna mille baci Ghita tua!…

M’ariccommanno a voi, Madonna mia!                                    15

 

IV

Co’ ’na vocetta chiara e co’ passione,

Ghituccia aripeteva ’sti stornelli,

mentre che je brillava un lagrimone

su quell’occhi turchini, tanto belli!…

 

Doppo detta ’gni giorno l’orazione,                                    5

cantanno e ricantanno sempre quelli,

s’annava a mette a sede in un cantone,

coprennose de rose li capelli.

 

Guardava in mezzo ar celo l’ore e l’ore,

e cantanno, baciava n’abitino                                                10

che teneva anniscosto accanto ar core.

 

Poi come avesse visto er pòro Biacio,

stava alegra, e facenno un bell’inchino,

j’offriva ’n fiore e je tirava ’n bacio!

All’ospedale: sta in I, 19 – 22-23 Luglio 1902. Quattro sonetti e una serie di stornelli. Parte I, schema ABAB ABAB CDC DCD; vs. 5 Ghita, dimin. di Margerita (Chiappini, op, cit.). Vs. 8 vienghi cfr. venghi al vs. 13. Vs. 9 ersangue probabile refuso per er sangue. Vs. 10 aribollì probabile refuso per aribbollì. Parte II, schema: ABAB ABAB CDC EDE; vs. 5 ciá probabile refuso per cià. Vs. 6 ipometro, a meno che non leggiamo lui con dieresi. Parte III, schema: ABAB ABAB CDC DEE; Vs. 4 fa anziché fà. Vs. 14 Longara, vicino al carcere di Regina Coeli, sulla via della Lungara, c’era un manicomio chiamato di S. Maria della Pietà, detto anche dei pazzarelli. Chi vi portasse una persona per il ricovero, riceveva in regalo cento uova fresche (Delli, op. cit., pp. 543-544). Parte IV, gli stornelli hanno il tradizionale schema AbA, con assonanza al vs. 2 e rima tra 1 e 3: sono composti di tre versi, dei quali il primo è un quinario e gli altri due endecasillabi. Vs. 5 mi anziché m’ e mi anziché mi’. Parte IV, schema: ABAB ABAB CDC EDE.

La prima poesia (C. Crescenzi)

1867-1916, impiegato, particolarmente affezionato a temi semplici, quasi patetici, collaborò anche al «Rugantino» e pubblicò alcuni volumi: Parole der côre (1899), Un po’ de sentimento (1901), Sonetti romaneschi (1904) (Possenti, op. cit. vol. I, p. 311).

I

Annavo sempre a vede ’n ber visetto

P’ispiramme, pe’ scrive quarche cosa:

ma appena cominciavo a fa ’n sonetto

lo dovevo strappà: robba nojosa.

 

L’occhi neri, li denti, er sorisetto,                        5

trecce d’oro, labbrucce color rosa,

nun me daveno mai nessun soggetto

pe’ fa ’na strofa nova un po’ graziosa.

 

Ma ’n giorno mentre stavo all’osteria,

mezzo sbronzato a fa ’na passatella,                        10

ecchete ch’entra drento mamma mia.

 

Me se mise vicino e quieta quieta,

colle lagrime all’occhi, poverella,

me guardò fissa… e diventai poeta!

 

II

Je feci un ber sonetto in un momento

co’ tutto er core mio, co’ la passione

e quanno je lo lessi m’arimento,

me dette p’arigalo un ber bacione.

 

Je scrissi che mutavo sentimento                        5

pe’ formamme ’na bona posizione,

ch’a forza de lavoro e de talento

J’avrei dato ’na gran consolazione.

 

E ’nfatti, grazie a Dio, accusì è stato:

do ’n’ajuto a la mejo a mamma mia.                        10

e godo si pe’ lei ho faticato.

 

E mo, dopo un boccone, certe sere,

che je dico la prima poesia,

la pòra vecchia piagne dar piacere!

La prima poesia: sta in I, 3 – 27-28 Maggio 1902. La poesia è preceduta da una piccola nota redazionale: “Con questo numero entra a far parte dei collaboratori il bravo e gentile poeta Cesare Crescenzi. I lettori ci saranno grati di tale acquisto poiché il Crescenzi è uno pei [sic] più forti poeti romaneschi di stile sentimentale e patetico.” Si tratta di due sonetti, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Parte I, vs. 3 fa anziché fà, forse abitudine del poeta (cfr. vs. 10). Vs. 10 passatella, gioco da osteria, consiste nel far girare dei bicchieri di vino tra i giocatori a seconda del volere di chi guida il gioco (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 14 poeta trisillabo. Parte II, vs. 3 m’arimento per sintesi tra me rammento, mi rammento, mi ricordo. Vs. 9 Dio bisillabo. Vs. 12 mo anziché mò.

Sonetto bernesco (P. Corona)

Cupido, un giorno, mentre nel turcasso

I strali riponea con faccia lieta,

Mirò la Terra; e scorsevi un poëta,

Che parlava di lui con gran fracasso.

Affè! diss’egli: ch’io resti di sasso,                                    5

Se questo ciarlatan vale un Fileta

Oppure è molto tempo che, stà a dieta,

Ve’ come è magro, egli è un poeta a spasso.

Non è già un Dante, un Arïosto, un Tasso

Un Parini, un Gian-barbo Passeroni,                        10

Che non saria si magro, ma più grasso.

Or tutti delle rime fanno ammasso;

Mi decantano pur gl’ingnorantoni,

Ma non curo di lor, io guardo, e passo.

E se ir potessi abbasso            15

Assesterei a lui, la rima, e il metro,

Un calcio badiale nel di dietro.

Sonetto bernesco: sta in I, 8 – 13-14 Giugno 1902. Sonetto caudato, schema: ABBA ABBA BCB BCB BDD. Francesco Berni (1497 o 1498-1535) fu poeta parodista famoso soprattutto per il rifacimento dell’Orlando innamorato di Boiardo e per le raccolte di Rime e Capitoli. Vs. 6 Fileta c’è una nota dell’autore: ”Fileta Poeta elego, famoso, nominato dall’Alemanni.” Si tratta di Fileta o Filita di Cos, III sec. a. C. Vs. 7 la virgola prima di sta è probabile refuso.Vs. 8 la dieresi su poeta non è specificata, per cui possiamo leggere il verso in due modi: o con dialefe tra magro, egli; oppure con sinalefe e dieresi su poeta. La pausa dopo magro è molto forte, per cui farei prevalere la prima lettura. Vs. 10 il vero nome è Gian Carlo Passeroni (1713-1803), poeta dell’Illuminismo italiano, che si dedicò alla stesura di un poema lunghissimo, il Cicerone. Potrebbe trattarsi di refuso. Vs. 13 ingnorantoni probabile refuso per ignorantoni. Vs. 15 settenario, secondo emistichio di un endecasillabo a cui manca il quinario. Vs. 16 dialefe tra assesterei a o tra rima, e oppure assesterei dieretico. Vs. 17 badiale quadrisillabo.