Esami de giografia – E. Francati

Ieri, co’ Menicuccia la commare

Annassimo a l’esame de mi’ fia’

Che st’anno fà la quarta alimentare;

L’interogorno su’ la giografia.

 

Si vedessi che robba ’Gnese mia!                                    5

So’ cose che a sentille nun te pare,

Ma te fanno passà la fantasia

Tanto che so’ indifficile e so’ rare.

 

A la mi fia ch’è istrutta e poco sbaja

Je fece ’na spettrice de la scola:                                    10

CHE FORMA CIA IR GOVERNO DELL’ITAJA?

 

Lei, se confuse e j’arispose male

E la maestra sua fece: bestiola

S’arisponne la forma de stivale!

Esami de giografia: sta in I, 7 – 10-11 Giugno 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 2 fia’ probabile refuso per fia. Vs. 3 st’anno probabile refuso per ’st’anno. Fà anziché fa è forse abitudine del poeta. Vs. 8 indifficile si trova anche in Belli. Vs. 11 cia invece di cià, probabile refuso. Vs. 13 maestra trisillabo.

Annunci

Accattone! (S. Ferrini)

1875 – ? Autore di poesie dialettali a carattere sociale, anarchico rifugiatosi in Francia. Collaborò a «Rugantino» e a «Conte Tacchia». Nel 1909 pubblicò un libro di versi intitolato Fantasticando, Londra, Publishing Company (Veo, Poeti romaneschi, op. cit.).

Ho visto stammattina giù ar cantone

un regazzino misero e stracciato,

che domannava come un accattone:

  • fate la carità, nun ho magnato!

 

Co’ la manina tesa, li su’ occhioni                                    5

se fissorno co’ tristezza ’nde li mia:

chi sei, je domannai, nun ciai famia?

ma, lui, rispose co’ du lagrimoni!…

 

  • Nun ciò gnisuno, disse poi, mi madre,

nun la potei conosce pòra donna!                                    10

ma ne parlava sempre assai m   padre,

dicenno ch’era come la madonna.

 

E lui… Rivedo la stanzaccia scura

indove lo portonno ammanettato…

che giornataccia! Quanto e fu dura                                    15

de lasciamme pe’ strada e abbandonato!

 

Un giorno che affamato come un lupo

je chiesi er pane, er pòro padre mio

m’accarezzò e poi disse cupo cupo:

gnisuno pensa a noi, nemmanco dio?!                        20

 

Uscì da casa e venne sera

portanno er pane… S’era fatto smorto,

come ’no straccio bianco! Ah fussi morto!

er giorno appresso stava già in galera…

 

Er pòro regazzino scoppio’ in pianto:                        25

se mozzicava le su’ du’ manine:

  • Nun meritava fa ’sta brutta fine,

papà era bôno, disse, bôno tanto!

 

Me j’accostai, je feci ’na carezza!

coraggio! dissi ar povero maschietto:                        30

poi me lo strinzi forte forte ar petto

in un abbraccio pieno d’amarezza!

Accattone!: sta in III, 267 – 3 Dicembre 1904. Otto quartine di endecasillabi a rima ABAB CDDC EFEF GHGH ILIL MNNM OPPO QRRQ. Vs. 4 il discorso diretto comincia con la minuscola, come in altri punti del componimento; al contrario in altri punti ancora il discorso inizia con la maiuscola. Probabilmente di tratta di incertezze del poeta. Vs. 6 risulta ipermetro. Vs. 9 mi invece di mi’ probabile refuso. Vs. 11 m refuso per mi’. Vs. 15 dopo Quanto c’è uno spazio doppio e poi la e. Posso ipotizzare un refuso per je pronome rafforzativo, che renderebbe il verso della giusta misura. Il refuso forse è dovuto per analogia con la e congiunzione del vs. successivo. Vs. 20 dio minuscolo, probabile refuso. Vs. 21 ipometro.

 

I putei (G. Bonaventura)

A mi i me piase tanto, sa, i putei,

co’ le manine impastrocià de succa,

col sucaro petà sovra i cavei,

co’ le gannasse che te dise «strucca»

 

Coi ocioni celesti e i lavri rossi,                                    5

la sbessola col buso e i cavei biondi,

coi brassetti de rosa e i polsi grossi,

col culo duro e coi zenoci tondi.

 

Sentai magari sopra el bocaleto,

col barbalache in man e ’l pan in boca                        10

o che i se varda estatici un deeto,

che tuto i vol saver, che tuto i toca.

 

I me piase coi dorme in te la cuna,

co’ streta al cuor la bala o el cavalin

quando che de la mama i vol la luna,                                    15

o ’l mondo che ga in man Gesù bambin.

 

Coi se remena sui muci de tera

e in tuti i busi i fica dentro i dei,

co’ la boleta fora a pie’ partera…

a me i me piase tanto, sa, i putei.                                    20

I putei: sta in III, 262 – 16 Novembre 1904. Cinque quartine di endecasillabi, schema: ABAB CDCD… Vs. 3 petà nel Bevilacqua (op. cit.) troviamo attaccato. Vs. 4 Con le ganasce che ti dicono “pigia”, immaginandole piene di dolciumi eppure capaci di chiederne ancora. Vs. 5 con dialefe dopo celesti. Vs. 6 sbessola il Bevilacqua (op.cit.) riporta: “mento allungato”. Vs. 9 bocaleto il Bevilacqua (op. cit.) riporta: “boccale, vaso di vino; anche orinale.” Sicuramente è da intendersi in questa seconda accezione. Vs.10 barbalache si trova l’etimologia del termine in G.F. Turato e D. Durante, Vocabolario etimologico veneto-italiano, Editrice «La Galiverna», Battaglia Terme 1978, pp. 263: “Calzamaglia di lana felpata che s’indossava prima di coricarsi. Da barba e lache = gambe.” Vs. 11 varda, v generata dall’esito gu derivato da w germanica (warda→guarda→varda). Vs. 19 boleta nel Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano (seconda edizione aumentata e corretta, aggiuntovi l’indice italiano-veneto già promesso dall’autore nella prima edizione), Premiata tipografia di Giovanni Cecchini edit., Venezia 1856, pp. 452, troviamo un doppio significato della voce, relativo sia alle pustole che alle macchie sugli abiti. Sicuramente è da intendersi in questa seconda accezione. Oppure si può intendere nel senso di bolla, la pancia tonda che esce dalla maglietta.