La Pasqua del fringuello (G. Altomonte)

Nella brughiera in mezzo ad un bruscello

e mentre il sol gli ultimi rai sfavilla,

guardan fanciulli un picciolo fringuello,

ch’entro le dita d’uno d’essi trilla.

 

Ma d’infra un nimbo vaporoso e bella                        5

angelo appar che pioggia d’oro istilla,

chiedendo a quel bambino dell’augello

la libertà, com’esso indarno ambilla.

 

E quindi a tutti gli incantati bimbi

la gloria narra di Gesù risorto                                    10

libero e glorïoso inverso il cielo.

 

Qui tace e spare, tra vanenti nimbi;

rallenta il bimbo la sua stretta e accorto,

fugge il fringuello di riscatto anelo

La Pasqua del fringuello: sta in III, 197 – 3 Aprile 1904. Sonetto, schema: ABAB CBCB DEF DEF. Vs. 1 bruscello arbusto paniato per la caccia notturna agli uccelli, allitterazione con bruscello. Vs. 5 bella probabile refuso tipografico per bello che deve rimare col vs. 7, dovuto forse ad omoteleuto col vs. precedente. Vs. 6 istilla invece di instilla. Vs. 14 manca il punto, altro probabile refuso.

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Idillio (G. Altomonte)

Bimba, rammentati un giorno

Posi a te innanzi due spille,

Ecco, ti dissi, piccina,

L’armi che tu mi chiedesti

Dolce tu il cor m’hai sfiorato                                    5

Con le due piccole spille…

(Strano capriccio di bimba!)

Poi che due pargole vene

Tinser la pelle, dicesti:

M’ami? t’ho il cuore ferito!                                    10

Cara angelella! Per questo

Dunque chiedesti le spille?

Già n’era il cuore ferito

Da altre due spille più aguzze:

Gli occhi tuoi ceruli, o bimba.

Idillio: sta in III, 249 – 1 Ottobre 1904. Poesia monostrofica di quindici ottonari correlati da alcune rime identiche: spille – spille – spille (vs. 2-6-12); bimba – bimba (vs. 7-15); ferito-ferito (vs. 10-13). Il ritmo è ternario con accenti di 1ª-4ª-7ª, già utilizzato dal Pascoli come alternativa meno popolareggiante ai tradizionali accenti di 5ª e 7ª. Canzoniere minuscolo è il titolo della raccolta da cui sono state scelte questa poesia e la seguente.

Il fiore (G. Altomonte)

Entro il mio cuore

pieno di doglie

si cela un fiore

di cento foglie;

 

fior che mi guida,                        5

mi dà possanza,

chè in lui s’annida

ogni speranza.

 

Se foglia cade,

cade una speme,                        10

dolor m’invade

il cor mi geme;

 

se il fior perisce

(oh, cruda sorte!)
più non fiorisce                        15

e… vien la morte!

Il fiore: sta in III, 202 – 20 Aprile 1904. Quattro quartine di quinari rimati secondo lo schema ABAB CDCD… Vs. 1-2 cuore dittongato è moderno e in contrasto con l’uso più diffuso nel poeta della forma monottongata, mentre doglie, riferito al dolore spirituale, è arcaizzante.

Come un tapino (G. Altomonte)

Come un tapino che umilmente implora

un tozzo ancor di pane

e lo trangugia poi,

e dopo à fame ancora,

sol io ti chiedo un bacio                                    5

per isfamare il sitibondo cuore

che come il corpo prepotente esige

amore, amore, amore.

E dopo il bacio ancora

più del tapino questo core à fame.                        10

Oh, se mancasse il pane

al gracile tapino!

oh, se mancasse amore

al miserello core;

e l’uno e l’altro languirebber certo,                        15

poi che di pane il corpo si nutrisce

poi che d’amore si nutrisce il core.

Come un tapino: sta in III, 185 – 19 Febbraio 1904. Componimento monostrofico di diciassette endecasillabi e settenari con schema Abca dEFe aBbg eeHIE.

Asclepiadea (G. Altomonte)

A Sergio Corazzini

… E gemebondo il ruscelletto nitido

con un perenne murmure

a ’l cielo narra ed a l’erbetta languida

pietosa istoria.

 

E di fragranti e freschi fiori l’aura                                    5

afosa odora, e zefiro

sfiora le verdi frondi che ondoleggiano

tutte e si baciano.

 

Ve’ ve’ quei colli come al bacio flammeo

de ’l sol le lunghe tendono                                                10

frementi braccia e riscaldati sentonsi

felici, oh miseri!

 

In tra le fronde le cicale rauche

alzano al cielo i cantici

ed augellini stanno ascosi e trillano                                    15

soavi e garruli.

 

E da la strada in su aureo pulviscolo

l’etre invadendo innalzasi,

mentr’è ’l villaggio sonnecchiante e placido

tutto in silenzio.                                                            20

Asclepiadea: sta in III, 196 – 30 Marzo 1904. Cinque quartine quattro versi sciolti (endecasillabo, settenario, endecasillabo e quinario sdruccioli). L’asclepiadeo è un metro risalente al poeta greco Asclepiade (III sec. a.c.), qui liberamente riprodotto sul modello del Chiabrera. Vs 3. iperbato. Vs. 10-11 costruiti secondo l’ordo artificialis. Al vs. 10 probabile refuso in de ‘l, dato che è ingiustificata in questo caso la forma analitica della preposizione articolata del. Vs. 17 la preposizione articolata da la è presente anche nella forma dalla, alternanza ancora presente nei maggiori poeti moderni.

Quante volte (G. Altomonte)

Quante volte t’ho parlato

del linguaggio dell’amore,

quante volte m’hai serrato

folle al core.

 

Quante volte t’ho baciata                        5

sulla bocca profumata,

quanti baci lunghi e casti

mi donasti!

 

Ma… nel sogno solamente

ti baciavo, m’abbracciavi,                        10

poi… tu avanti mi passavi

freddamente.

Quante volte…: III, 182 – 10 Febbraio 1904. Tre quartine di tre versi ottonari e un quadrisillabo rimati secondo lo schema ABAb CCDd EFFe.

Gennaio (G. Altomonte)

Per la fredd’aura va l’acuto fischio

d’un vento infido che perenne dura

e cade lento in piccolo nevischio

mentre che il cielo un adro velo oscura.

 

E di pagliuzze tenerelle un mischio                                    5

rotan per l’aria, varcano le mura,

e gracchia il corvo che non teme il rischio

del gel del verno e de la neve pura.

 

Son solo e ho freddo… oh com’è triste e amaro

questo nudo stanzino in cui s’annida                                    10

l’ala gelata del crudel Gennaro!

 

E mentre vago del inondami il dolore

e la tristezza, mia compagna fida.

onde di rime erompono dal core.

 

Gennaio: III, 178 – 27 Gennaio 1904. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 4 adro variante poetica di atro usata soprattutto in rima. Vs. 11 Gennaro è esito siciliano del nesso -rj- del lat. Ianuarius. Vs. 12 del, oltre a non avere senso, rende il verso ipermetro, per cui sono propenso semplicemente a non leggerlo, lasciando che vago si riferisca a dolore. Inondami è enclisi facoltativa arcaizzante, che contravviene alla legge di Tobler e Mussafia circa l’enclisi della particella pronominale ad inizio di verso. Con il sost. tristezza, inoltre, il verbo e l’agg. reggenti creano una sorta di zeugma. Vs. 13 il punto a fine verso è probabilmente un refuso tipografico. Vs. 14 core è forma utilizzata molto da Corazzini e qui prevalente (anche se più avanti si ritrova cuore).