Scienza positiva Tra marito ed un medico – A. Giaquinto

Ah sor dottor mio, me dia un consijo:

Io presi moje se’ o sett’anni fa,

Però siccome nun ciò avuto un fijo

Mi moje me sta sempre a tormentà.

 

In quanto a me, se sa, nun me ne pijo,                         5

Ma lei nun fa che piagne e sospirà,

J’ha presa ’sta smaniella, ’sto puntijo,

E nun c’è caso che la vo’ piantà!

 

Stà sempre inviperita nott’e giorno,

E dice sempre, pe’ canzonatura:                                    10

Tu sei un marito che nun vali un corno.

 

Dunque, j’ordini quarche medicina…

Je facci fa li bagni… o quarche cura

Sinnò vado a fenì a la palazzina!

 

Senta che deve fa caro signore:

La faccia mette a letto immantinente,

Doppo je dia da beve un thè bullente

E j’incominci a favellà d’amore.

 

Je dica ch’é ben fatta, seducente,                                    5

Ch’è la mejio de tutte le signore…

E ’nder mentre che ruzza e che discore

L’accarezzi e la baci de frequente

 

Ogni tanto je dia quarch’eccitante,

Presempio un cognacchino, ’na sciartrosa,                        10

Oppure una bottija de spumante.

 

E appena stà eccitata e in allegria

Lei sa che deve fà? – Dica, che cosa?…

… Me telefoni a me giù in farmacia.

Scienza positiva: sta in I, 28 – 22-23 Agosto 1902. Coppia di sonetti, schema: ABAB ABAB CDC EDE e ABBA BAAB CDC DED. Parte I, vs. 1 dia bisillabo. Vs. 13 fa forse refuso per fa (Parte II, vs. 1 e 13). Parte II, vs. 5 é probabile refuso per è. Vs. 8 non c’è punteggiatura. Vs. 10 sciartrosa, liquore fabbricato dai certosini francesi.

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IN TRIBUNALE Interrogatorio di una guardia – A. Giaquinto

Allorquando arrestaste l’imputato

Egli vi minacciò? – Sicuramende.

Che vi disse? – Te piglia n’accedende

A te, e quanta pulenda sei magnato.

 

Il coltello l’avea sempre impugnato?             5

E comme lu’mbegnava a quel mumende?

A mezzanotta, signor prisidende,

Lu Monde de Piatà già sta ’nzerrato.

 

E la pubblica voce che diceva

Addò? – Dove, sul luogo dell’azione!             10

Lu loche a quella strata nun ce steva.

 

Ma cosa dite? Cosa affastellate?!

’I nu’ le saccia tanta ’nfurmazzione

Perché nu l’addomande al tillicate?

In tribunale: sempre in I, 10 – 20-21 Giugno 1902. Sonetto, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Vs. 8 Monde de Piatà, n.d.a.: “Monte di Pietà”. Vs. 11 loche, equivoco comico: in abruzzese loche significa anche cesso (Gennaro Finamore, Vocabolario dell’uso abruzzese, Forni editore, Bologna 1967, prima ed. 1893, pp. 321). Vs. 13 ’I probabile refuso per I’. Vs. 14 tillicate, n.d.a: “Delegato”.

Tutti candidati! – A. Giaquinto

P’annà su a Campidojo, anticamente,

O bisognava vince ’na battaja,

O èsse un gran scenziato, un gran sapiente,

O un gran poveta celebre d’Itaja.

 

In oggi invece è tutto diferente,                                    5

Adesso ogni somaro appena arraja

Senza che sappi nè capischi gnente

Vo annà lassù de filo… e ce baccaja!

 

Ce vò annà l’orzarolo, er mercantino,

Er salumaro, l’oste, l’impiegato,                                    10

E insino er muratore e ’r vitturino.

 

Insomma quà, mannaggia er carettino,

’Sto poro Campidojo è diventato

Come la piccionara der Quirino!

Tutti candidati: sta in I, 8 – 13-14 Giugno 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC CDC. Vs. 3 dialefe tra scenziato, un; scenziato probabile refuso per scienziato. Vs. 9 orzarolo, inizialmente venditore d’orzo, rappresenta la figura di chi vende un po’ di tutto, generi alimentari e non. Era una professione esercitata da gente proveniente dall’alta Italia e dalla Svizzera (Bernoni, op. cit.); mercantino, merciaio (Chiappini, op. cit.).

La portrona storica – A. Giaquinto

PE’ L’INCORONAZIONE D’EDOARDO VII

 

De persone cocciute e origginale

Se ne troveno in tutti li paesi,

però cocciuti come so’ l’ingresi

Nun c’è ner monno ’n’antra razza uguale,

Che macari se rompeno la testa                                                5

Ma si dicheno: E’ QUESTA ha d’esse QUESTA.

 

Avete da sapè che da tant’anni

C’è una portrona a Londra, ch’è servita

Pe’ facce accommidà li re normanni

Quanno la cerimonia era finita,                                                10

E mo’ ’sta portronaccia sconocchiata

Puro p’er novo re sta preparata,

 

Più s’avvicina ’st’incoronazzione

E più che mai Edoardo stà in paura,

Perché s’ha da sedè co’ quer panzone                                    15

Su ’na portrona che nun è sicura,

E si cor peso cede o s’arilascia

Sbatte er collo pe’ tera e je se sfascia!

 

Percui c’è stata già quarche persona

Che ha fatto arimarcà ’st’inconveniente,                                    20

Ma l’ingresi, però, manco pe’ gnente,

Vonno che adoprì quella de portona!

Succeda puro quer che vo’succede

Er nóvo re ce s’ha da mette a sede.

 

Te dico, quà è la torre de Babbelle;                                                25

Manco li re ponno tirà più avanti!

So’ arivati in un punto li regnanti

Che nu’ j’abbasta a risicà la pelle,

Mo so’ obbrigati pe’ pote’ regnà

Che puro er c…ollo s’hanno da sfascià!                                    30

La portrona storica: sta in I, 7 – 10-11 Giugno 1902. Cinque sestine di endecasillabi, schema: ABBACC (strofe 1, 5, 6) e ABABCC (strofe 2, 3). Vs. 14 dialefe tra mai Edoardo. Vs. 19 Percui forse refuso per per cui. Vs. 22 adoprì probabile refuso per adopri.

[1] Leggi Per cui.

[1] Leggi adopri.

 

 

Spesa inutile – A. Giaquinto

Tra le spese che fanno le nazzione

Ce n’è una buffa ar Parlamento ingrese

Che cià in bilancio mille scudi ar mese

Solo pe’ spese de ventilazzione.

 

Va be’ che so’ ricconi a quer paese,                                    5

Ma poi, pe’ sventolà quattro persone

Che stanno sempre a sede a le portrone

C’è bisogno de fa’ tutte’ ste spese?

 

Nojantri, a Roma, semo affortunati

Che nun spennemo tanto come quelli,                        10

Pe’ sventolà li nostri diputati.

 

Già nun ce stanno mai, ma all’occasione

Da noi c’è un tale che finisce in elli

Che fa li venti drent’ar Baraccone!

Spesa inutile: sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABBA BAAB CDC EDE. Vs. 3 la nota dell’autore spiega: “50.000 mila lire all’anno. (Storico!) Vs. 5 paese trisillabo. Vs. 8 tutte’ ste probabile refuso per tutte ’ste.

Viva la faccia sua! – Adolfo Giaquinto

Nato a Napoli il 25 ottobre 1847. La famiglia si trasferì a Roma dopo soli tre mesi. Fu avviato da giovane all’arte culinaria, di cui divenne un affermato esponente. Inventò l’estratto di carne Excelsior e pubblicò diversi libri di ricette. Contemporaneamente iniziò a dedicarsi alla poesia vernacolare, collaborando a diverse testate romane, firmandosi anche con più di uno pseudonimo (Taglia Cappotto, Er Bocio, Adorfo Già-Sesto, Adorfetto, ecc.): «Il Rugantino», «Il Tribuno», «Ghetanaccio», «Il Mattacchione», «La Tribuna», «Il Messaggero». Insieme a Giggi Zanazzo fondò nel 1897 il «Rugantino de Roma in dialetto romanesco», seguito da «Casandrino»; nel 1898, per risolvere il problema della querela per plagio dell’editore Perino, fondarono il «Rugantino», avvalendosi di molti collaboratori (tra i quali Trilussa e Nino Ilari). Nel 1902 fondò il «Marforio». Nel 1909 pubblicò un volume di versi, Poesie dialettali. Ma il risultato più importate della sua ricerca è stato l’invenzione del “cispatano”, un misto di romanesco, napoletano, marchigiano e abruzzese; in questo senso il lavoro migliore fu Mattie Franciscandonie all’Afreca, pubblicato nel 1896, una collana di quattordici sonetti in cui narra l’avventura di un popolano che parte soldato per la spedizione in Africa. Si dedicò anche alla prosa, ma la sua fama fu offuscata da quella di Trilussa. Morì a Roma il 28 giugno 1937 (AA. VV., Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Catanzaro 2000, vol 54, pp. 560-562; voce curata da Carlo D’Alessio). Il Veo (Roma popolaresca, op. cit. p. 141-142) racconta che Giacquinto iniziò a scrivere in questo dialetto misto, parlato dai poveri immigrati che dal sud e dal centro venivano a lavorare a Roma, trascrivendo alcune espressioni di un oste che illustrava il menu ad un avventore.

Lo Scià ciá in Persia più de mille moje;

Ma che ne tiè a le coste quarchiduna?

Lui nun cià que’ l’impicci e que’ le noje

Come ce l’ha tra noi chi ne tiè una!

 

Lì tra la mucchia indove coje coje,                                    5

Mo ne capa una bionna, mo’ una bruna,

E pe’ lui o so’ angeli o so’ boje

Nun se ne porta appresso mai gnisuna.

 

Pettegolezzi lì nun ce so’ mai,

Lui nun se guasta er sangue ne’ le vene,                        10

Cor sentì tanti fiotti e tanti guai!

 

Viva la faccia sua! Quello è ’n sapiente!

Noi co’ ’na moje stamo tra le pene

E lui co’ mille campa alegramente!!

Viva la faccia sua!!: sta in I, 3 – 27-28 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 1 Scià cià assonanza. Vs. 4 dialefe tra tiè una. Vs. 6 mo invece di mo’, probabile refuso. Vs. 7 dialefe tra lui so’ e angeli o.