La portrona storica – A. Giaquinto

PE’ L’INCORONAZIONE D’EDOARDO VII

 

De persone cocciute e origginale

Se ne troveno in tutti li paesi,

però cocciuti come so’ l’ingresi

Nun c’è ner monno ’n’antra razza uguale,

Che macari se rompeno la testa                                                5

Ma si dicheno: E’ QUESTA ha d’esse QUESTA.

 

Avete da sapè che da tant’anni

C’è una portrona a Londra, ch’è servita

Pe’ facce accommidà li re normanni

Quanno la cerimonia era finita,                                                10

E mo’ ’sta portronaccia sconocchiata

Puro p’er novo re sta preparata,

 

Più s’avvicina ’st’incoronazzione

E più che mai Edoardo stà in paura,

Perché s’ha da sedè co’ quer panzone                                    15

Su ’na portrona che nun è sicura,

E si cor peso cede o s’arilascia

Sbatte er collo pe’ tera e je se sfascia!

 

Percui c’è stata già quarche persona

Che ha fatto arimarcà ’st’inconveniente,                                    20

Ma l’ingresi, però, manco pe’ gnente,

Vonno che adoprì quella de portona!

Succeda puro quer che vo’succede

Er nóvo re ce s’ha da mette a sede.

 

Te dico, quà è la torre de Babbelle;                                                25

Manco li re ponno tirà più avanti!

So’ arivati in un punto li regnanti

Che nu’ j’abbasta a risicà la pelle,

Mo so’ obbrigati pe’ pote’ regnà

Che puro er c…ollo s’hanno da sfascià!                                    30

La portrona storica: sta in I, 7 – 10-11 Giugno 1902. Cinque sestine di endecasillabi, schema: ABBACC (strofe 1, 5, 6) e ABABCC (strofe 2, 3). Vs. 14 dialefe tra mai Edoardo. Vs. 19 Percui forse refuso per per cui. Vs. 22 adoprì probabile refuso per adopri.

[1] Leggi Per cui.

[1] Leggi adopri.

 

 

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Spesa inutile – A. Giaquinto

Tra le spese che fanno le nazzione

Ce n’è una buffa ar Parlamento ingrese

Che cià in bilancio mille scudi ar mese

Solo pe’ spese de ventilazzione.

 

Va be’ che so’ ricconi a quer paese,                                    5

Ma poi, pe’ sventolà quattro persone

Che stanno sempre a sede a le portrone

C’è bisogno de fa’ tutte’ ste spese?

 

Nojantri, a Roma, semo affortunati

Che nun spennemo tanto come quelli,                        10

Pe’ sventolà li nostri diputati.

 

Già nun ce stanno mai, ma all’occasione

Da noi c’è un tale che finisce in elli

Che fa li venti drent’ar Baraccone!

Spesa inutile: sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABBA BAAB CDC EDE. Vs. 3 la nota dell’autore spiega: “50.000 mila lire all’anno. (Storico!) Vs. 5 paese trisillabo. Vs. 8 tutte’ ste probabile refuso per tutte ’ste.

Viva la faccia sua! – Adolfo Giaquinto

Nato a Napoli il 25 ottobre 1847. La famiglia si trasferì a Roma dopo soli tre mesi. Fu avviato da giovane all’arte culinaria, di cui divenne un affermato esponente. Inventò l’estratto di carne Excelsior e pubblicò diversi libri di ricette. Contemporaneamente iniziò a dedicarsi alla poesia vernacolare, collaborando a diverse testate romane, firmandosi anche con più di uno pseudonimo (Taglia Cappotto, Er Bocio, Adorfo Già-Sesto, Adorfetto, ecc.): «Il Rugantino», «Il Tribuno», «Ghetanaccio», «Il Mattacchione», «La Tribuna», «Il Messaggero». Insieme a Giggi Zanazzo fondò nel 1897 il «Rugantino de Roma in dialetto romanesco», seguito da «Casandrino»; nel 1898, per risolvere il problema della querela per plagio dell’editore Perino, fondarono il «Rugantino», avvalendosi di molti collaboratori (tra i quali Trilussa e Nino Ilari). Nel 1902 fondò il «Marforio». Nel 1909 pubblicò un volume di versi, Poesie dialettali. Ma il risultato più importate della sua ricerca è stato l’invenzione del “cispatano”, un misto di romanesco, napoletano, marchigiano e abruzzese; in questo senso il lavoro migliore fu Mattie Franciscandonie all’Afreca, pubblicato nel 1896, una collana di quattordici sonetti in cui narra l’avventura di un popolano che parte soldato per la spedizione in Africa. Si dedicò anche alla prosa, ma la sua fama fu offuscata da quella di Trilussa. Morì a Roma il 28 giugno 1937 (AA. VV., Dizionario biografico degli italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Catanzaro 2000, vol 54, pp. 560-562; voce curata da Carlo D’Alessio). Il Veo (Roma popolaresca, op. cit. p. 141-142) racconta che Giacquinto iniziò a scrivere in questo dialetto misto, parlato dai poveri immigrati che dal sud e dal centro venivano a lavorare a Roma, trascrivendo alcune espressioni di un oste che illustrava il menu ad un avventore.

Lo Scià ciá in Persia più de mille moje;

Ma che ne tiè a le coste quarchiduna?

Lui nun cià que’ l’impicci e que’ le noje

Come ce l’ha tra noi chi ne tiè una!

 

Lì tra la mucchia indove coje coje,                                    5

Mo ne capa una bionna, mo’ una bruna,

E pe’ lui o so’ angeli o so’ boje

Nun se ne porta appresso mai gnisuna.

 

Pettegolezzi lì nun ce so’ mai,

Lui nun se guasta er sangue ne’ le vene,                        10

Cor sentì tanti fiotti e tanti guai!

 

Viva la faccia sua! Quello è ’n sapiente!

Noi co’ ’na moje stamo tra le pene

E lui co’ mille campa alegramente!!

Viva la faccia sua!!: sta in I, 3 – 27-28 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 1 Scià cià assonanza. Vs. 4 dialefe tra tiè una. Vs. 6 mo invece di mo’, probabile refuso. Vs. 7 dialefe tra lui so’ e angeli o.

Donna Aurelia – Antonio Fumo Mossa

Avete, donna Aurelia, molto belli

i profili del viso: sembran viole

mammole gli occhi e i morbidi capelli,

che ricordan l’ambrosia, angui di sole.

 

La bocca piccioletta è pari a rosa                                    5

che s’apre appena a un alito d’aprile:

nessuno vide mai sì vaporosa

bocca come la vostra, nè gentile.

 

Gravi note di musica lontana,

melodici gorgheggi in valle amena                                    10

e tocchi d’arpa di dolcezza arcana,

son nella voce vostra da sirena.

 

Le forme mai non tocche e turgidette

son puro latte e movono ad invidia

Venere stessa: forme si perfetta                                    15

su pario marmo non ritrasse Fidia.

 

Più che regina siete nell’incesso,

donna Aurelia, superba e omaggio farvi

perfino i fiori sembrano: perplesso

ognuno resta e muto a contemplarvi.                                    20

 

Ma fremiti non ha – nel marmo pare

scolpita – la divina vostra mano;

è un portento la bocca, ma le rare

estasi ignora d’un sorriso arcano.

 

E così bella e bianca – è appena tanto                        25

bianco nel sole un lucido cristallo –

stareste, donna Aurelia, ben soltanto

in un marmoreo e ricco piedistallo.

Donna Aurelia: sta in I, 9 – 17-18 Giugno 1902. Sette quartine di endecasillabi, schema: ABAB… Vs. 2 viole bisillabo. Vs. 15 perfetta è probabile refuso per perfette, date le esigenze di rima e di senso. Vs. 17 incesso, voce poetica: il camminare altero, maestoso. Vs. 19-20 anacoluto. Vs. 1-2, 7-8, 14-15, 18-19, 21-22, 23-24, 25-26, 27-28 versi in enjambement.

Emilio Zola – E. Francati

Povero Zola! Dopo avè’ commosso

Co’ tanti scritti tutto er monno sano,

E d’avè’ combattutto a più non posso

Cor un coraggio d’antico romano

Pe’ l’innocenza e pe’ la libbertà                                    5

Ce lassi sur più bello dell’età.

 

Ma er nome tuo nun more! Drent’ar core

A tutti ciài scórpito un tu’ pensiero,

Un’immaggine, un simbolo d’amore

O d’odio, un’impressione de quer vero                        10

Che, con un córpo solo de pennello

Ariuscivi a inchiodàcce ner cervello.

 

Povero Zola! Tu, come Cirano

Nun caschi su la breccia. La natura

Te córpisce improvisa, sottomano,                                    15

Guasi la morte ciavesse pavura;

Cavajere, scrittore, paladino

Mori… pe’ via der fumo d’un cammino!

Emilio Zola: sta in I, 40 – 3-4 Ottobre 1902. Tre sestine di endecasillabi, schema: ABABCC… Vs. 1 avè’ cfr. vs. 3, forse scelta dell’autore. Vs. 16 guasi viene da quasi, fenomeno fonetico caratteristico del centro Italia.

Villeggiature romane (dialetto borghese) – E. Francati

Ar Pincio

 

Se viene gente al Pincio? Si lei vede

Pare propio de stà in villeggiatura;

E come ce si gode la frescura!

Una delizia propio da nun crede.

 

Io, co’ Marietta, ci mettiamo a sede’,                                    5

Gregorio porta a spasso la cratura

E Peppino, che studia la pittura,

Si diverte a schizzare dritto in piede.

 

Giggetta corre appresso a le farfalle

Ida e Fernanda fanno a li cerchietti                                                10

E ir fratelluccio gioca co’ le palle.

 

Alle dieci facciamo colazione,

Poi viene Checco col signor’Aglietti

E s’incomincia la conversazione,

 

II

E poi, nun fò pe’ dì, la sciccheria!

Ci viene l’avvocato in bicicretta,

Quello che fà l’amore co’ Maria,

Ci viene Achille co’ la machinetta

 

Che ci ariprende la fotografia,                                                5

E, uno studente, che fà la burletta

Tanto bene. Se vede che allegria!

E poi, se sà, se ride e si… spaghetta.

 

Sa chi ci viè? Ci viè quell’antipatica

dell’Olga, quella che ci ha il collo secco                                    10

E fa da Tosca a la filodrammatica…

 

Ce l’accompagna il sor Camillo, il zio,

E viene lì pe’ strofinasse a Checco…

Ma è tempo perso perchè Checco è mio!

Villeggiature romane: sta in I, 28 – 22-23 Agosto 1902. Coppia di sonetti, schema: I, ABBA ABBA CDC EDE; II, ABAB ABAB CDC EDE. Parte I, vs. 14 la virgola è probabilmente un refuso per il punto. Parte II, vs. 6 burletta, una piccola farsa.

L’arabbiatura dell’oste – E. Francati

Eh, Cristo! Un’avventore che barbotta

Da quànno pija i’ mano la forchetta

E smagna, e soffia, e se lamenta e fiotta

Fino che nun se leva la sarvietta,

 

Come quer Cavajere, è una disdetta!                                    5

La pasta? Nonsignora è troppo scòtta

Er sugo? Manco a dillo, pare acquetta:

Abbòzza, abbòzza, un pover’omo sbòtta!

 

Entra è fà: cos’abbiamo? – LI SUPPRÌ

AR TELEFONO, fatti co li fili                                    10

De provatura – Li vole sentì?

 

Se li magna, poi dice: Non son boni!

Qui c’è l’inganno, dove sono i fili?

Che fili? So’ ar telefeno… Marconi!!

L’arabbiatura dell’oste: sta in I, 8 – 13-14 Giugno 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 3 fiotta, Piagnucola (Bernoni, op. cit.). Vs. 9 è probabile refuso per e. Vs. 10 co invece di co’ probabile refuso. Vs. 11 provatura, mozzarella fresca (Vaccaro, Vocabolario belliano, op. cit.). Vs. 14 telefeno, potrebbe trattarsi di un fenomeno di assimilazione vocalica postonica, possibile nel dialetto romanesco.