Asclepiadea (G. Altomonte)

A Sergio Corazzini

… E gemebondo il ruscelletto nitido

con un perenne murmure

a ’l cielo narra ed a l’erbetta languida

pietosa istoria.

 

E di fragranti e freschi fiori l’aura                                    5

afosa odora, e zefiro

sfiora le verdi frondi che ondoleggiano

tutte e si baciano.

 

Ve’ ve’ quei colli come al bacio flammeo

de ’l sol le lunghe tendono                                                10

frementi braccia e riscaldati sentonsi

felici, oh miseri!

 

In tra le fronde le cicale rauche

alzano al cielo i cantici

ed augellini stanno ascosi e trillano                                    15

soavi e garruli.

 

E da la strada in su aureo pulviscolo

l’etre invadendo innalzasi,

mentr’è ’l villaggio sonnecchiante e placido

tutto in silenzio.                                                            20

Asclepiadea: sta in III, 196 – 30 Marzo 1904. Cinque quartine quattro versi sciolti (endecasillabo, settenario, endecasillabo e quinario sdruccioli). L’asclepiadeo è un metro risalente al poeta greco Asclepiade (III sec. a.c.), qui liberamente riprodotto sul modello del Chiabrera. Vs 3. iperbato. Vs. 10-11 costruiti secondo l’ordo artificialis. Al vs. 10 probabile refuso in de ‘l, dato che è ingiustificata in questo caso la forma analitica della preposizione articolata del. Vs. 17 la preposizione articolata da la è presente anche nella forma dalla, alternanza ancora presente nei maggiori poeti moderni.

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Quante volte (G. Altomonte)

Quante volte t’ho parlato

del linguaggio dell’amore,

quante volte m’hai serrato

folle al core.

 

Quante volte t’ho baciata                        5

sulla bocca profumata,

quanti baci lunghi e casti

mi donasti!

 

Ma… nel sogno solamente

ti baciavo, m’abbracciavi,                        10

poi… tu avanti mi passavi

freddamente.

Quante volte…: III, 182 – 10 Febbraio 1904. Tre quartine di tre versi ottonari e un quadrisillabo rimati secondo lo schema ABAb CCDd EFFe.

Le vittime dell’alcoolismo (P. Belloni)

Impressioni vedute al cinematografo – 3

Qui ritrovamo drento ’na soffitta

L’ombre vivente de crature umane:

La neve entra cor vento fitta fitta,

Nun cianno manco più ’n tozzo de pane!…

 

Entra la bestia e nun s’aregge dritta…                                    5

La moje, che vorebbe protestane,

Invece, poveraccia, à da sta zitta

E s’ha da rinnicchià peggio de ’n cane…

 

La bestia, in un momento de pazzia,

Sfascia le sedie, sgara li vestiti,                                                10

E intanto piagne tutta la famìa.

 

Poi, mentre stanno tutti stramortiti,

La Croce bianca se lo porta via

A morì tra furiosi e scimuniti…

Parte III, vs. 2 cratura per crasi di criatura. Vs. 5 bestia in neretto è forse refuso o sottolineatura del poeta. Vs. 6 protestane infinito con epitesi. Vs. 7-8 alternanza tra à e ha. Vs. 11 famìa anziché famija per rispettare la rima col vs. 9 e 12. Vs. 14 furiosi in lingua è quadrisillabo, qui è trisillabo.

Le vittime dell’alcoolismo (P. Belloni)

Impressioni vedute al cinematografo – 2

Successe questo: Un sabbito a matina

Giggi sortì da casa, difilato

P’annà a bottega; e incontra a via Baccina

Certi che lui ci’aveva lavorato…

 

Uh, chi se vede? E che se’ stato in Cina?                                    5

Viè a beve… «A me?! fa finta c’ho accettato»

Me minchioni?! Un bicchiere de benzina

Credo che nun sarà mica un peccato!…

 

E tira e molla, ce lo strascinorno

Ma quanno fu li drento, da ’n bicchiere                                    10

Nun so quante fojette se scolorno!…

 

E ’gni giorno cusì… ch’era un piacere;

A la famia nun ce pensava un corno:

S’era scordato puro der mestiere!

Parte II, vs. 1 Un la maiuscola è un probabile refuso. Vs. 4 ci’aveva è forse refuso per il più comune ciaveva. Vs. 7 secondo il Chiappini (op. cit.): “Vino misturato. Voce nuova usata dai popolani.” Vs. 11 secondo il Bernoni (op. cit.) la fojetta indica il recipiente usato per la misurazione del vino e corrisponde ad ¼ di litro. Viene dal greco phiàle ma ha poi assunto la forma francese di feuillette, diffusasi a Roma dal XIV-XV secolo circa. Vs. 3 famia anziché famija per evitare l’ipermetria.

Le vittime dell’alcoolismo (P. Belloni)

Nato nel 1881, romano, fornaio presso S. Francesco a Ripa. Studente appassionato di tutto ciò riguardasse Roma, si dedicò al Belli e alla “filologia dialettale”, iniziando lui stesso a comporre versi in vernacolo. Pubblicò il suo primo componimento sul «Rugantino» del 1899. Nel 1927 verrà inserito dal Veo nella sua antologia dei poeti romani. Nel 1909, presso Befani, il Belloni pubblicò un poemetto scherzoso intitolato La Divina Commedia e nel 1919 uscì di nuovo con Voce Trasteverina. Fu fecondo ed efficace poeta in cispatano, nonché studioso del dialetto romanesco, al punto di pubblicare nel 1957 una raccolta di Voci Romanesche facendo aggiunte consistenti al primo vocabolario del dialetto di Roma, quello del Chiappini (op. cit.). La curiosità è che questa raccolta di schede linguistiche fu pubblicata a Lund, in Svezia, grazie alla collaborazione del prof. Hans Nilsson Ehle. Morì nel 1963 (Possenti, op. cit. vol. I pag. 252).

Impressioni vedute al cinematografo  – 1

La famija de Giggi lo stagnaro

Era la più stimata de l’urione;

E de ’sti tempi, caso più che raro,

Godeveno ’na gran riputazzione.

 

Lì mai, ’na lite e gnisun pianto amaro:                        5

Sempre sorisi, sempre ’n’affezzione…

Un cantone de celo paro paro

I’ mezzo a ’sto monnaccio birbaccione…

 

C’era quela boccetta de Nunziata,

Madre de Giggi, Tuta la su’ sposa,                                    10

Che nun so di’ chi fusse la più amata;

 

Li du’ fijetti: Cosantino e Rosa…

Oh, mo che la famija è presentata,

Sentite si che storia dolorosa.

Le vittime dell’alcoolismo: sta in I, 16 – 11-12 Luglio 1902. Tre sonetti, schema: ABAB ABAB CDC DCD. Riprende il titolo di un film muto del quale si ha notizia grazie all’opera di Aldo Bernardini, Cinema muto italiano, 3 voll., Laterza, Roma-Bari 1980 (qui al vol. 1 pag. 255), il quale ci informa che il film fu prodotto dalla casa Pathé-Zecca nel 1902 e girato in Francia col titolo Les victimes de l’alcoolisme. La prima proiezione italiana si ebbe a Firenze nel giugno dello stesso anno, presso la sala Edison. È possibile che il Belloni lo abbia visto in una delle tre sale provvisorie allora attive a Roma, vale a dire: Sala Iride, Stab. Cinematografico Eden e il Caffè-Concerto Olympia (quest’ultimo aprì nel mese di maggio). Parte I vs. 2, urione secondo il Bernoni (op. cit.) “[…]non è che una storpiatura plebea di Rione” dovuta probabilmente all’uso meridionale di lo Rione, con successiva concrezione dell’articolo. Vs. 5 la virgola è forse refuso. Vs. 8 i’ mezzo invece di in mezzo per assimilazione consonantica e scempiamento. Vs. 9 boccetta secondo il Bernoni (op. cit.) è diminutivo femminile di boccio, che vuol dire “vecchio, persona anziana.” Vs. 10 Tuta sta per Geltrude (Chiappini, op. cit.). Vs. 14 si asseverativo senza accento, probabile refuso per sì.

Tramonto romano (C. Bandini)

da Villa Corsini

Morìa lontano il sol, nel vesperale

languïano i raggi fra gli ombrosi abeti,

lontan, giù per la strada, fra i cerreti

venian le note d’una pastorale.

 

Giù, giù pel piano sterminato, e uguale,                        5

come gigante che si posi e cheti,

Roma tacea; soltanto avean secreti

bisbigli, i fiorellini e le cicale.

 

Moria lontano il sol; scosse dal vento

cadean le foglie sul viale bianco;                                    10

s’ergea l’Eroe di fronte al Vaticano.

 

E di lassù partia solenne e lento,

l’inno augurale del tramonto stanco,

l’inno di lotta del pensiero umano.

Tramonto romano: sta in I, 17 – 18-19 Luglio 1902. Sonetto, schema: ABBA ABBA CDE CDE. Vs. 2 languïano non vuole la dieresi, altrimenti dà luogo ad un verso ipermetro. Probabile refuso. Vs. 9 moria senza accento al contrario del vs. 1, dove occupa la stessa posizione. Probabile distrazione del poeta. Vs. 10 viale è trisillabico. Vs. 11 c’è una nota dell’autore relativa ad Eroe: “S’allude alla statua di G. Garibaldi, esistente al Gianicolo.”

Un’acconto (A. Artibani)

Stavo a rifucillamme er gargarozzo,

quant’ecchete che sento ’na bussata,

Opro la porta e vedo la tarmata,

que’ la marca che dà li sordi a strozzo.

 

Ê un ber pezzetto fece lei che abbozzo,                        5

ormai ce credi che me so stufata;

a me gnisuno me s’è aripassata,

già la pazienza m’è arivata ar gozzo.

 

Capisco ce lo so, so’ tempi brutti,

ciai moje e fij e a guadambià sei solo,                        10

ma armeno adesso pagheme li FRUTTI!

 

L’unica vorta che me persuase!

mannai mi’ moje giù dar fruttarolo

a compraie du’ sordi de cerase!

Un’acconto: sta in I, 4 – 30-31 Maggio 1902. Sonetto, schema: ABBA ABBA CDC EDE. Notare Un’ nel titolo, probabile refuso. Vs. 2 quant’ecchete è uso di tipo meridionale invece del più romano quann’ecchete. Vs. 4 que’ la la forma analitica è forse uso del poeta (cfr. vs. 12 sonetto precedente). Vs. 3 opro è uso letterario dell’Italia centrale. Tarmata, secondo il Chiappini (op. cit.): “Vaiolata, butterata.” Vs. 4 secondo Mario Adriano Bernoni, Voci romanesche, origine e grafia, Edizioni “Lazio ieri e oggi”, Roma 1986, pp. 192: Marco, nome di persona trasformato in appellativo con valore di “tipo curioso”, “figuro”, “bellimbusto”. Qui sostantivato al femminile. Vs. 5 ê probabile refuso. Notare la mancanza delle virgole prima e dopo fece lei.