Fornarina (G. Zanazzo)

Nato a Roma il 1 gennaio 1860, prese il diploma da ragioniere e lavorò come perito contabile. Per seguire la propria inclinazione letteraria, si fece assumere dalla biblioteca “Vittorio Emanuele”, dedicandosi alla poesia. Scrisse molto, firmandosi anche con pseudonimi (Marco Pepe, Abbate Luviggi, Giggi, Miodine). Fondò e diresse il «Rugantino» dal 1887 al 1897, pubblicando molte poesie rimaste sparse, qui e su altri periodici dialettali romani. Le raccolse il figlio Alfredo tra il 1921 e il 1923. La sua ispirazione poetica andava dal sentimentale, alla satira e all’umorismo. Si dedicò anche al teatro in vernacolo e allo studio del folklore della sua città. Morì nel 1911 (Possenti, op. cit. vol. I, pp. 559-561).

Pe’ santa Dorotea,

passata ’na piazzetta,

se trova a manimanca

’na casetta.

 

Cià mezz’in fôra er tetto;                                                5

e cià ’na finestrella

curiosa: fatt’archetto;

carinella.

 

Qui ciabbitava, donne,

la bella fra le belle,                                                            10

ch’aveva dato er core

a Raffaelle.

 

Tresteverine mie, quanno passate

davanti a quela casa affortunata,

m’ariccommanno a voi, nu’ je negate                        15

un bacetto, un saluto, ’na guardata.

Lodato sii Trestevere beato,

che pe’ ’gni donna un angelo cià dato!

 

Però ’sta casettina,

a manimanca,                                                                        20

prima cusì nun èra

nera nera,

ma bianca bianca.

 

E for de la finestra,

piantat’in un vasetto,                                                            25

ce stava un ber fioretto

de ginestra.

 

 

Quattrocent’anni fa, verso quell’ore

che le mi’ care tresteverinelle,

se ne stanno pe’ strada a fa’ l’amore,                                    30

sin’a l’ora che spunteno le stelle,

e che fra quer bisbijo e que’ rumore,

e fra quele risate scrocchiarelle,

pareno ’na manata d’ucelletti

che passa e riempie l’aria de fischietti,                        35

da ’na vocetta, com’un campanello

se sentiva cantà ’st’aritornello:

 

Fior de viole,

dicheno che so’ bella: che me vale,

si campo com’un fiore senza sole?                                    40

 

Belle verbene,

perchè nu’ me so’ intesa incora dine:

«Margherituccia mia, te vojo bene?»

 

Fiore de riso,

dicheno che so’ un angelo e so’ sceso…                        45

iudovinate un po’? dar paradiso.

 

Ma che me vale,

si campo com’un fiore senza sole,

si ’sta vita che fò la trovo un male?

 

 

Pe’ quela strada, mentre lei cantava,                                    50

un angelo passava;

s’arivortò, la vidde, e lì, pe’ lì,

se n’invaghì.

 

 

Da quer giorno la bella fra le belle,

se died’anima e core, a Raffaelle.                                    55

 

Fior de graziòla,

un angelo da celo fece vela,

pe’ fanne, de du’ anime, una sola.

………………………………………..

E de for de la finestra,

ce restò sol’er vasetto;                                                60

quela povera ginestra,

trascurata se seccò.

 

 

Fior de viole,

un core senz’ amore è talecquale

a un fiore senz’un friccico de sole!                                    65

Fornarina: sta in III, 271 – 17 Dicembre 1904. Il componimento inaugura l’omonima rubrica poetica. Si tratta di un misto di quartine di tre settenari e un quaternario, strofe di endecasillabi e stornelli. Gli schemi rimici variano, per cui li indicherò di volta in volta. Nell’ed. in volume (Zanazzo, Poesie, op. cit., vol. 2, p. 323-325) è datata 28 marzo 1883, in occasione del quarto centenario della nascita di Raffaello Sanzio. C’è un’epigrafe che fa: Donna bedda senza amuri,/ È ’na rosa fatta in cira;/ Senza vezzi, senza oduri,/ Chi nun veggeta, ni spira. Firmata C. Meli, Idilîu, 1. Cè una lunga nota che spiega l’ipotizzata relazione tra il ritratto eseguito da Raffaello e Margherita Luti, figlia di un fornaio senese che abitava, secondo tradizione, in via di S. Dorotea, e della quale divenne l’amante. Sempre in volume, pp. 326-328, c’è la traduzione in siciliano fatta dallo Zanazzo stesso, datata 1 ottobre 1884.

Vs. 1-12 quartine di tre settenari e un quaternario, schema: ABCb. Vs. 7 in volume: fatt’a archetto. Vs. 9 in volume: ci abbitava. Vs. 11 in volume: dat’er core. Vs. 13-18 strofa di sei endecasillabi (terzine), schema: ABA BCB. Vs. 17 beato trisillabo. Vs. 18 in volume: ‘n angelo. Vs. 19-23, schema: AbCcb. Vs. 19 e 21 settenari; vs. 20 e 23 quinari; vs. 22 quaternario. In volume gli ultimi tre versi diventano: prima prima nun era/ accusì nera,/ ma invece tutta bianca. Vs. 24-27, schema: ABBa. Vs. 24-26 settenari; vs. 27 quaternario. Vs. 28-37 strofa di endecasillabi, schema: ABA BAB CC DD. Vs. 29 in volume: trasteverinelle. Vs. 33 quele, in volume: quelle. Vs. 36 in volume manca la virgola. Vs. 38-49 stornelli. Vs. 42 incora probabile refuso per ancora. Vs. 50-53 due endecasillabi alternati a un settenario e ad un quaternario, schema: AaBb. Vs. 54-62 due endecasillabi, uno stornello e una strofa di ottonari, schema: AA; AbA; ABAC. Vs. 55 Raffaelle quadrisillabo. Vs. 58 dialefe tra du’ anime o anime, una. Vs. 59 de for, in volume: defor. Vs. 62 in volume c’è una virgola dopo trascurata. Vs. 63-65 stornello.

Annunci

Misterj (O. Vecchi)

È questo il vero nome di Luciano Folgore (1888-1966), che fu tra i fondatori del Movimento Futurista insieme a Marinetti. Fu poeta e autore drammatico, ed un suo dramma, Piovuta dal cielo, venne rappresentato nel 1941. Collaborò con la RAI TV, e saltuariamente si dedicò alla poesia dialettale. Pubblicò una ventina di volumi e fece parte del gruppo dei Romanisti e degli Accademici Belliani (Possenti, op. cit. vol. II, p. 1180).

 

I

La neve discende silente,

ricopre la brulla campagna,

e solo per l’aria si sente

il cupo guair d’una cagna,

 

Nell’ampia mia casa silente                                    5

sperduta nell’alta montagna,

il povero spirto gemente

impreca, blasfema, si lagna.

 

Perchè così lunge dal mondo

ancora subirne l’imperio,                                    10

sentirne il gravame del pondo?

 

Nell’ampia mia casa romita

soffusa nel tenue mistero,

io penso i mister della vita.

 

II.

Io penso: lontano, lontano,

spronato da indomito ardore,

sorvolo a riveder l’arcano

fantasima bianco d’amore.

 

Ma vive là dove sovrano                                    5

il duolo v’impera signore,

e grava coll’algida mano,

e strazia di lania ogni core.

 

E vieni – gli dice il pensiero

nell’ampia mia casa romita,                                    10

nel tenne silente mistero.

 

Ma triste la vedo chinare

la pallida faccia avvilita,

e sento la voce negare.

 

a chi fremebondo l’invita                                    15

nel mentre che aleggia signore

ridendo, ghignando, il dolore

Misterj: sta in III, 267 – 3 Dicembre 1904. Coppia di sonetti, dei quali il secondo caudato, di novenari,schema: ABAB ABAB CDC EDE e ABAB ABAB CDC EDE DBB. Parte I, vs. 4 guair bisillabo. La virgola finale forse è un refuso per il punto. Vs. 8 blasfema, voce dell’antico verbo blasfemare di origine dotta. Parte II, di lania probabile refuso per dilania. Vs. 11 tenne probabile refuso per tenue. Vs. 14 il punto è probabilmente un refuso. Vs. 17 non c’è punteggiatura alla fine.

Li pranzi der ministro (Trilussa)

La moje der ministro, a la viggïa

D’un voto de fiducia, fa un invito

A quelli più contrari der partito

Ma che però so’ amichi de famïa.

 

Doppo ch’hanno magnato se li pïa                                                5

Sott’ar braccio e je dice: – Ho già capito

Che voi darete er voto a mio marito…

E quelli: – Oh, certo, baronessa mia!

 

Se je lo danno? Sfido! Un onorevole

Che conosce er ministro e che ce pranza                                    10

S’obbriga a daje er voto favorevole.

 

Accusì su’ eccellenza resta ar posto

Co’ la fiducia d’una maggioranza

Fatta cor fritto misto, e er pollo arrosto.

Li pranzi der ministro: sta in I, 54 – 19 Novembre 1902. Manca nell’ed. Mondadori. Se ne ha notizia esclusivamente nel volume A tozzi e bocconi (Poesie giovanili e disperse), Nuova edizione riveduta e aumentata, a.c. di Epaminonda Provaglio, Casa editrice M. Carra e C. di Luigi Bellini, Roma s.d. [1918], a p. 99 col titolo La moje der ministro. In vs.1 viggïa e vs. 4 famïa la ï è corretta in î. Sonetto a rima ABBA ABBA CDC EDE.

Pe’ l’amore (B. Ribechi)

1894 -? Attore di varietà conosciuto in Italia e all’estero, collaborò anche a «Rugantino», «Il Messaggero», «Travaso» (il Possenti, op. cit. vol. I, p. 498, non dà notizia della sua collaborazione al «Marforio»). Nel 1905 fondò Er Circolo, periodico dialettale, e nel 1924 pubblicò la raccolta Paraponzi ponzi po’ presso gli Stab. Tip. Trajano (Veo, Poeti romaneschi, op. cit.).

  • Mamma, ciò un gran dolore drent’ar petto

Che me fa soffrì tanto. Che tormento!

’Sta tosse maledetta ’gni momento

Me fa diventà rosso er fazzoletto.

 

  • Zitto fijetto mio, zitto Giggetto,             5

Nun t’addolorà tanto, stà contento

Che presto finirà ’sto patimento.

Si, la Madonna bella me l’à detto.

 

  • Mamma, dite, che penserà, Lucia?

Se ne ricorderà mai più de me                                    10

Che moro lento lento d’etisia?

 

  • Chi, quell’infame boja? – Mamma mia

nun me la maledite, no, perchè

m’aggravereste troppo l’angonia!

 

II.

Mamma, io moro! fatelo pe’ Iddio

Dite a Lucia che in punto de la morte,

Benchè lei m’ha spezzato er core mio

puro l’ho benedetta mille vorte.

 

Diteje che ’na vorta puro io                                                5

Ero lo stesso a lei giovine e forte,

Ma er tradimento suo, a me poro fio,

M’ha ridotto ar crapiccio de la sorte.

 

Diteje inortre che de tanto in tanto

Se ricordi der povero Giggetto                                    10

Ie vada a accenne er lume ar Camposanto

 

E si se ne pentisse… Oh mamma, oh Dio

Nun posso… respirà… me schioppa er petto

Io moro… mamma bella… un bacio… addio!

 

III.

Comincia a fasse notte. Da lontano

Er sole manna l’urtimo chiarore

Come pe’ dà un saluto ar monno sano

Prima che pe’ quer giorno se ne more.

 

Su’ ’na finestra de ’n urtimo piano                                    5

’Na donna fissa er sole e ce discore,

Facennoje li segni co’ le mano

Come si lei ce stasse a fà l’amore.

 

Poi senza fà parola, tutt’un botto

Scavarca co’ svertezza er parapetto                                    10

De la finestra, e se butta de sotto.

 

Va a sbatte sur serciato e in fin de vita

Cià ancora forza a mormorà: Giggetto;

Puro pe’ mamma tua oggi è finita!

Pe’ l’amore: sta in II, 152 – 28 Ottobre 1903. Tre sonetti, schema: ABBA ABBA CDC CDC, ABAB ABAB CDC EFE e ABAB ABAB CDC EDE. Parte I, vs. 8 si anziché sì, forse refuso. Parte II, vs. 1 dialefe tra Mamma, io. Vs. 8 crapiccio metatesi di capriccio.

 

La ficu (dialetto siciliano) – N. Martoglio

Nato a Belpasso in provincia di Catania il 3 dicembre 1870 e morto a Catania il 15 settembre 1921. Figlio di un giornalista, fondò nel 1889 il «D’Artagnan», giornale umoristico in dialetto siciliano. Nel 1903 organizzò la sua prima compagnia teatrale, La Zolfara, e nel 1910 nel Teatro Metastasio di Roma diede origine al primo “teatro minimo”. Nel 1914 fondò la casa cinematografica Morgana, per la quale diresse il film Capitan Blanco. Nel 1915 scrisse una riduzione per il cinema del romanzo Térese Raquin di Emile Zola. Insieme a Pirandello scrisse le commedie A’ vilanza (1917) e Cappiddazzu paga tuttu. Nel 1918 fondò la compagnia di teatro dialettale del teatro Mediterraneo, mettendo in scena tra l’altro il Ciclope di Euripide nella traduzione dialettale di Pirandello (1919). Scrisse anche poesie in siciliano (AA.VV., Storia della civiltà letteraria italiana, Dizionario-Cronologia, Tomo II, p. 433, UTET, Torino 1993).

Arsira, ccu lu lustru di la luna,

pigghiai pri la trazzera di la Chiana;

pri stata vitti càrrichi li pruna

e càrrica ’na ficu mulinciana.

 

Lu cori mi facìa nnicchi pri una.                                    5

s’affaccia ’na picciotta e dici: – acchiana –

e ccu l’ajutu di ’ssa me’ patruna

lestu mi nni scippai menza duzzana.

 

Ma mentri a lu ’nchianari fui ’na piuma,

a lu scinnìri ci sciancai ’na rama,                                    10

d’unni lu latti ci niscìu e la scuma.

 

  • Ahi! – dissi la picciotta – comu abbrama!

«Non è lu dari, ca struj e cunsuma,

«è lu pirdìri l’oggettu ca s’ama!

La ficu: sta in III, 255 – 22 Ottobre 1904. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC DCD. Propongo qui una traduzione del testo: “Ieri sera, sotto la luce della luna,/ presi per la mulattiera della Chiana;/ per strada vidi carichi i pruni/ e carico un fico scuro./ Il cuore mi sussultava per una./ Si affaccia una giovane e dice: – sali -/ e con l’aiuto di questa mia padrona/ me ne rubai una mezza dozzina./ Ma mentre nel salire fui una piuma,/ nello scendere spezzai un ramo,/ da cui uscì il latte e la schiuma./ Ahi! – disse la ragazza – come stride!/ “Non è il dare, che logora e consuma,/ è il perdere l’oggetto che si ama.” Vs. 5 facìa trisillabo.

Cuore strano (R. Mannoni)

Nato a Roma il 9 agosto 1883 e ivi morto nel 1942. Funzionario statale e pubblicista, aderì immediatamente al Movimento Futurista con lo pseudonimo di Libero Altomare. Nel 1908 fondò la rivista «Primo Vere», rivelando atteggiamenti crepuscolari e dannunziani filtrati dal linguaggio futurista (Francesco Grisi, a.c. di, I futuristi – I manifesti, la poesia, le parole in libertà, i disegni e le fotografie di un movimento «rivoluzionario», che fu l’unica avanguardia italiana della cultura europea, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1994, p. 391).

Il mio cuore è un’antica pergamena

dimenticata, logora, ingiallita

ròsa da assiduo tarlo e raggrinzita

come la pelle d’una vecchia jena.

Ha miniature d’angeli e di donne                                    5

di demoni e di mostri, strani emblemi

misterïose cabale, poemi

e templi dalle fulgide colonne

e d’altre vaghe immagini è istoriata,

però lo scritto vi si legge appena:                                    10

Marcirà prima d’esser decifrata

questa lacera, vecchia pergamena.

Cuore strano: sta in II, 118 – 1 Luglio 1903. Tre quartine di endecasillabi a rima ABBA CDDC EAEA. Vs. 3 ròsa invece di rósa, forse refuso. Vs. 1-2, 11-12 enjambement.

Er panorama der Giannicolo (Parla un vetturino a un forestiere) – E. Giovannini

Guardi musiù s’affacci ar murajone,

Si vò vedè ’na cosa origginale,

Guardi che qui è la mejo posizzione

Pe’ gode la veduta generale.

 

Appunti, appunti bene er cannocchiale;                                    5

Quello è Castello… quello e’ ’r Cuppolone,

Quer palazzone grosso è ’r Quirinale

Er Tevere? – Laggiù que’ lo striscione…

 

… Che ne dice Musiù? – C’est très-joli!

Adesso già che a lei je piace tanto             10

Guardi da questa parte, guardi qui:

 

Questa è Reginaceli e lì, stii attento,

Lo vede è ‘r Manicomio? E quasi accanto

Tra questi due se trova er Parlamento…

Er panorama der Giannicolo: sta in I, 53 – 16 Novembre 1902. Sonetto, schema: ABAB ABAB CDC EDE. Vs. 1 musiù storpiatura dialettale del fran. monsieur. Vs. 9 Musiù con la maiuscola probabile refuso; très-jolie il trattino è forse fraintendimento del poeta.